Balthus – “Io non sono contemporaneo, sono atemporale!”

Il 18 febbraio 2001 ci lasciava in una fredda notte, nel suo chalet di montagna a Rossinier, in Svizzera, Balthus: l’ultimo dei classici. Balthasar Kłossowski de Rola, questo il suo vero nome, nacque il 29 febbraio 1908 a Parigi da padre polacco, noto critico d’arte, e da madre russa, pittrice e animatrice di importanti salotti culturali. Sin da giovanissimo viaggiò molto (Berlino, Berna, Ginevra…) e incontrò poeti, scrittori e intellettuali tra cui Rilke, assorbendo piano piano, come una spugna, la cultura cosmopolita di quegli anni.
È proprio Rilke, ormai ammalato, che, nel 1926, finanzia un viaggio 3di studio per Balthus, da tempo affascinato dalle opere di Piero della Francesca. Il pittore si reca, così, in Italia, prima a Firenze, dove viene conquistato dalle collezioni degli Uffizi e dalla tersa luminosità degli affreschi di Masolino e Masaccio nella cappella Brancacci, poi ad Arezzo. Lì si accosta, con la timidezza di un catecumeno, a un regno incantato di forme incorruttibili e di tinte pure: ne nasce la sensazione di risalire al mondo degli archetipi.
Tuttavia, nelle opere di Balthus, la luce zenitale di Piero viene costantemente minacciata nella sua perfettibilità da inquietanti ombre profonde e da soggetti enigmatici, come ad esempio il Ritratto della principessa Lelia Caetani, 1935, «una spilungona — così la descrive Balthus in una lettera — molto più alta di me, poco aggraziata ma dal viso non privo di un certo stile, abbastanza sedicesimo secolo italiano».

Dopo la felice parentesi romana, il pittore, torna a Parigi e nel 1932 e conosce alcuni surrealisti come Breton, Eluard, Giacometti e due anni dopo  si svolge la prima personale  organizzata a Parigi alla famosa Galerie Pierre, generando non pochi scalpori e pruderie, scrive infatti Masson: «Balthus si serve della realtà per meglio crocifiggerla». Proprio tra gli anni Trenta e Quaranta il pittore realizza i suoi più grandi capolavori, molti dei quali recentemente esposti alle Scuderie del Quirinale e a Villa Medici con una suggestiva mostra curata da Cecile Dabray per i quindici anni dalla scomparsa.

Dopo la guerra, la pittura si fa più densa, mentre i soggetti si fanno, per usare le parole di Springer, perturbanti: giovani fanciulle, spesso nude, osservate in momenti riservati o contemplativi con un velo di malizia, ma senza mai sprofondare nella banale volgarità. Giovinette senza tempo «senza prima né dopo, come le divinità greche», ninfette allo specchio, pensierose, affascinanti nelle loro pose innaturali eppure nel complesso così naturali in quell’intima riservatezza di uno spaccato di vita quotidiana. Lo stesso Balthus affermava: 

Io, nei miei dipinti, voglio mettervi molte cose, la tenerezza, la nostalgia infantile, il sogno, l’amore, la morte, la crudeltà, il crimine, la violenza, il grido di odio, il ruggito e le lacrime! Tutto questo, tutto ciò che è celato nel fondo di noi stessi, un’immagine di tutti gli elementi essenziali dell’essere umano spogliato della sua spessa crosta di vile ipocrisia! Un dipinto sintetico dell’uomo come sarebbe se sapesse ancora essere grande.

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La luce e la prospettiva lineare quattrocentesca convivono dunque con soggetti impregnati di psicanalisi, il tutto in un unicum ammaliante come il canto di una sirena: il Re dei Gatti sta dirigendo lo spettacolo, l’osservatore ne viene assorbito e su di lui si riversa un fascio di luce rivelatore «che stimola in lui le tracce mnemoniche della seduzione originaria e del trauma». Conturbante, controverso, sfuggente, misterioso, agile, capace di sprezzante ironia Balthus, come un gatto (e non a caso i felini sono presenti in moltissime opere) sfugge a qualsiasi definizione e categoria, così amava dire di sé: «Io non sono contemporaneo, sono atemporale!»

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/02/29/balthus-io-non-sono-contemporaneo-sono-atemporale/

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Una dea in cerca di fedeli: il caso della “Venere” di Morgantina

1Nel cuore orientale della Sicilia, ad Aidone, in provincia di Enna, un piccolo tesoro è custodito tra le mura dell’ex convento dei Cappuccini: si tratta della dea di Morgantina.
Imponente con i suoi due metri e venti d’altezza, la dea fu scolpita nel  V secolo probabilmente da un allievo di Fidia, operante nella Magna Grecia. Si tratta di uno pseudo-acrolito (dal greco àkros, “estremo” e lithos, “pietra”), ovvero è una scultura che presenta le estremità (testa, braccia e mani) in marmo pario, mentre tutto il resto è realizzato con un materiale meno pregiato, un calcare colorato proveniente da una cava locale: in questo modo si risparmiava sì sui materiali, ma si creavano sorprendenti giochi luministici dati dal contrasto tra materiali dai colori e dalla consistenza diversa. Non sappiamo esattamente quale dea essa rappresenti (sebbene venga indicata generalmente con il nome di Venere), né dove fosse collocata, tuttavia il fatto che sia lavorata fin nei minimi dettagli anche nella parte posteriore, dove il panneggio è riccamente caratterizzato, farebbe pensare ad un’esposizione dell’opera su un piedistallo, perfettamente visibile da ogni angolazione.

Colpisce il visitatore il suo “stile ricco” post-fidiaco, diffusosi in Grecia durante gli anni della guerra del Peloponneso: la veste presenta il cosiddetto “effetto bagnato” che mette in risalto i lineamenti del corpo (basti pensare alla Nike di Olimpia o alle Vittorie del Tempio di Atena Nike ad Atene) come se aderisse perfettamente alla nuda pelle in seguito ad un forte colpo di vento. Questa soluzione stilistica, oltre ad essere indicativa di un’epoca, rende vivi i soggetti scolpiti, animati e palpitanti sotto quello strato aderente di tessuto. Una forza dirompente che, purtroppo, oggi si ritrova con qualche ragnatela sparsa qua e là, una divinità “solare” con braccia possenti e corporatura massiccia, simbolo eloquente della ricca Magna Grecia, illuminata, oggi, con flebile luce da qualche faretto destinato a fulminarsi.

La dea fu ritrovata tra la fine degli anni ’70-inizi ’80 nel sito archeologico di Morgantina a seguito di numerosi scavi clandestini e giunse senza nessun ostacolo, in un camion di carote, in Svizzera dove, attraverso Robin Symes, – grande acquirente internazionale per conto di importanti musei – quindi rivenduta nel 1986 al Getty Museum di Malibù, senza creare allarmi di troppo presso le Soprintendenze. Tuttavia, a seguito della Convenzione di Roma del 2007 tra il Ministero dei Beni Culturali, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e il Getty Museum, si è finalmente conclusa una lunga e complessa vicenda giudiziaria e diplomatica: la dea nel 2011 torna a casa. Rientro trionfante, degno di una dea, appunto: tanti festeggiamenti e promesse.
Ma, una volta sedotta e fatta accomodare nel suo nuovo tempio, è stata abbandonata. Dopo un primo entusiasmo, con quasi 49mila visitatori nel 2011, e un incasso complessivo di 115mila euro, il successo della dea è calato a picco. Un’inchiesta dell’Espresso mostra come, tra l’altro, dei 22mila ingressi del 2014 i due terzi sono stati gratuiti e nel primo semestre del 2015 solo il 17% dei visitatori ha pagato il biglietto. Un grave problema per il museo, già soffocato dai tagli alla cultura degli ultimi anni: ogni anno perde sempre più visitatori e le critiche sono molte: dalla cattiva gestione alla irraggiungibilità del luogo espositivo. Difficile da raggiungere, non ben collegato, strade interrotte, segnaletica stradale mancante, non esiste un bookshop, solo un piccolo negozietto di merchandising: sono questi gli scoraggianti commenti che si trovano sul web. Eppure a 10 chilometri di distanza la villa romana di Piazza Armerina vanta 300mila visitatori in più. Un discorso analogo potrebbe, d’altra parte, essere fatto per il museo del Satiro a Mazara del Vallo e Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, che ospitano rarissime sculture in bronzo, invidiate da tutto il mondo.

2Il problema sta dunque ab origine: non riusciamo a sfruttare il potenziale culturale e turistico che il museo di Aidone ha ed è solo grazie alla valorizzazione che la dea, da Didone abbandonata quale è oggi, può ritornare ad essere una femme fatale come lo era al Getty, corteggiata e desiderata.

Come recita l’articolo 6 del nostro Codice dei Beni Culturali, la valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura.

Dopo essere stata rapita una prima volta, la dea torna ostaggio. Vittima innocente dei tagli alla cultura, della mancata valorizzazione e del disinteresse collettivo.
È forse destinata a morire di solitudine? Se così fosse, sarebbe un fallimento davvero misero per la cultura italiana.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/02/27/una-dea-in-cerca-di-fedeli-il-caso-della-venere-di-morgantina/

Memorie tra stoffa marina e raggi di sole: la casa-museo di Pirandello a Roma

Il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi finestre, tre da una parte e due dall’altra; quelle, più larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole d’un magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt’e cinque, un palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l’aria dentro è verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti. Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo è un gran divano di stoffa anch’essa verde ma chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e tanta aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire immergervisi, è veramente una delizia.

Così comincia la novella Visita, contenuta nella raccolta Novelle per un anno, così appare realmente, una volta entrati, il salone della Casa Museo Luigi Pirandello. Situata in via Antonio Bosio 13b/15 a Roma, essa è l’ultima dimora dello scrittore, sede dal 1961, anno del venticinquesimo anniversario della scomparsa, dell’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo. La casa, dono degli eredi allo Stato Italiano, è composta da un grande salone luminoso, di cui una parte del mobilio proviene da precedenti abitazioni, e da una camera da letto in stile razionale: vantare una collezione di circa 2.000 volumi appartenuti allo scrittore, oggetti d’uso, compresa la piccola macchina da scrivere e quattro dipinti del figlio Fausto Pirandello, celeberrimo esponente della “seconda stagione” della Scuola Romana. Inoltre, proprio in via Bosio, viene gelosamente custodito il Premio Nobel per la letteratura, ricevuto dall’Accademia di Svezia nel 1934 «per il suo audace e ingegnoso rilancio dell’arte drammatica e scenica».

2 (1)Lo Studio, oltre ad essere il luogo della scrittura e della riflessione era anche luogo di conversazione e ritrovo: non è difficile, avvolti da una tiepida luce filtrata dalle foglie, immaginare lo scrittore, drammaturgo e poeta di Girgenti circondato dai suoi più cari amici, Lucio d’Ambra, Silvio d’Amico, Eduardo De Filippo. Non è difficile immaginare il momento in cui Luigi, circondato da giornalisti e fotografi, alla notizia del conferimento del Nobel, curvo sulla sua macchina da scrivere, batte una sola ripetuta esclamazione: «Pagliacciate! Pagliacciate!», lui, inesorabile demistificatore.
In questo tempio della memoria tutto è rimasto fermo al 1936: i libri, collocati secondo l’ordine deciso dallo scrittore, le foto, comprese quelle con dedica di Marta Abba, i dipinti, gli effetti personali nei  cassetti, la divisa della Reale Accademia, persino il calendario, fermo a giorno 9 dicembre, si legge ancora un appunto: “Sempre a letto”. Su quello che avverrà il giorno successivo, rimangono testimonianza indimenticabile le parole di Corrado Alvaro:

Entrammo in quel suo studio, ed era pieno di gente, ma di gente agitata, in piedi, convulsa, curiosa, che fumava, si chiamava, parlava ad alta voce, come se il padrone di casa l’avesse invitata a un ricevimento e tardasse a entrare. […] Entrai nella camera dove egli giaceva. Era come abbandonata, c’era quel silenzio sterminato sul lenzuolo che lo copriva delineando quel corpo di “povero cristo” […] E di là, nello studio, quel chiacchiericcio da ricevimento, come aspettando che egli apparisse..

IMG_1542(1).JPGTuttavia, nella Casa Museo Pirandello, la polvere non si accumula, la memoria non si trasforma in compianto. È vero, non possiamo più vedere Luigi lavorare, pieno di dubbi, sul finale dei Giganti della Montagna, ma possiamo immaginarlo: oggi sono le Muse a prendere lì fissa dimora. La biblioteca e gli archivi, infatti, sono liberamente consultabili, anche in forma digitale sul sito web dell’ istituto, grazie all’appassionato lavoro di Dina Saponaro e Lucia Torsello. Oltre a finalità di studio e ricerca la Casa Museo organizza degli appuntamenti culturali, teatrali e musicali volti a diffondere lo sterminato patrimonio culturale lasciatoci dal grande Premio Nobel in tutta la sua verità, profondità e sofferenza.

Ecco alcuni dei prossimi appuntamenti:

  • 12369 LP. Orbite, traiettorie, frequenze dai Taccuini di Luigi Pirandello
    Domenica 21 febbraio – Sabato 27 febbraio, ore 20.00
  • Il Figlio Prigioniero, in occasione del centenario della prima guerra mondiale e degli ottanta anni dalla morte di Pirandello
    Venerdì 19 febbraio  – Sabato 20  febbraio – ore 20.00, Domenica 21 febbraio  – ore 17.30

Per qualsiasi altra informazione riguardo le serate, gli orari di apertura e il materiale digitalizzato: Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

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