L’arte di guardare l’Arte

Campin_merode_altarpiece_central_detail_4“È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir, vada a la striglia

Così, in due versi celeberrimi, il poeta Giovan Battista Marino (1569-1625) condensa abilmente l’estetica seicentesca: meravigliare, stupire, coinvolgere il lettore (e lo spettatore) fino ad abbattere i limiti che separano la realtà dalla finzione, il teatro dalla vita quotidiana: ecco il Barocco, arte fatta per l’Uomo e per tutti gli uomini che avranno voglia di emozionarsi al suo cospetto in ogni epoca. E i protagonisti sono dunque gli abbracci ecumenici di marmo, le tende policrome preziose come gemme, la spettacolarità, la grandiosità del trionfo, ma allo stesso tempo l’humana fragilitas, la riflessione sulla caducità dell’esistenza, la morte che come un insetto parassita intacca i bei frutti, doni della terra. Dall’intellettualismo manierista, dal continuo logorare dall’interno, quasi come in una prigione, gli schemi della tradizione classica si giunge a un improvviso rifiuto delle regole precostituite, da un arte difficile e non comunicativa a una, invece, propagandistica, grandiosa, fatta per tutti. Arte nata per meravigliare, quasi abbagliando lo spettatore e travolgendo i suoi sensi.

Risulta sempre affascinante immaginare come un uomo del popolo si sia sentito, una volta entrato a Santa Maria del Popolo, a cospetto della crocifissione del Caravaggio, da quale passione sia stato percosso un contadino, non poi così diverso da Pietro, di fronte a quel terribile spettacolo della morte e della dignità del sacrificio. È dunque questo il compito dello storico dell’arte: meravigliarsi immaginando la meraviglia altrui.

La scoperta non è soltanto nel trovare opere nuove ma nel vedere con occhi nuovi: il racconto della storia, come ci insegna Longhi, non è interpretazione o documento ma è una continua, rinnovata emozione del vedere. Grazie allo storico dell’arte, che è, nel suo piccolo, anche lui un demiurgo, un dipinto comincia a parlare e ne esce fuori l’essenza, la verità nascosta, il pensiero segreto, egli estrae lo spirito di un artista con gli occhi e lo restituisce con la parola. E per chi intraprende questa difficile strada, ciò che non deve mai venir meno è, appunto, la capacità di meravigliarsi, di guardare il mondo con gli occhi di un fanciullo che vede tutto per la prima volta. Meravigliarsi ancora, dopo anni di esperienza e studio, alla linea che de-limita e de-finisce del Botticelli neoplatonico, oppure, allo stesso modo, cogliere gli albori del tonalismo Veneto in Bellini e stupirsi di un imagerapporto uomo-natura primigenio così diverso dal antropocentrismo fiorentino: l’uomo non è che una fibra della natura, i contorni dunque non possono essere netti perché è un tutt’uno con il mondo che lo circonda. La bellezza inesprimibile di un pianto di fronte al terribile sgomento delle tempeste di Turner e il sentirsi così piccoli di fronte al Sublime della natura, l’osservare con gli stessi occhi innamorati la leggera effimera bellezza dei ghirigori dorati rococò e la nuda brutalità dei sacchi in iuta di Burri, per passare poi dalle palpitanti icone bizantine del Sinai fino al memento mori adamantino di Damien Hirst, eccetera eccetera eccetera. Ad infinitum. MeravigliARSi.

Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

da La grande bellezza – Paolo Sorrentino, 2013
Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/03/26/larte-di-guardare-larte/

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Correggio e Parmigianino alle Scuderie del Quirinale: tra mondi arcani e tensioni manieriste

Nel Cinquecento, Parma non può di certo vantare una tradizione pittorica precedente paragonabile a quella ferrarese, i maestri locali, come Jacopo Loschi e Cristoforo Caselli, si muovono in ambito provinciale ancora all’interno di schemi tradizionali. È con Antonio Allegri, detto il Correggio, e poi con il Parmigianino, che la pittura emiliana trova a Parma il suo centro più attivo. Ed è proprio a questa vivace rifioritura che le Scuderie del Quirinale dedicano la mostra Correggio e Parmigianino, arte a Parma nel Cinquecento inaugurata lo scorso 12 marzo e visitabile fino al 26 giugno 2016.
La mostra, curata da David Ekserdjian, si propone di guidare lo spettatore, attraverso una selezione di capolavori provenienti dai più importanti musei del mondo, all’interno di quella straordinaria stagione artistica che si sviluppò a Parma all’inizio del Cinquecento, una corte immersa in una quasi magica età dell’oro, che pur non primeggiando sotto il profilo geografico – politico, seppe svolgere un ruolo da protagonista nello sviluppo del Rinascimento  italiano, al pari di Firenze, Venezia e Roma. Protagonisti della mostra, come si evince dal titolo, sono i due astri locali, Correggio (1489-1534) e Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (1503-1540) che nella prima sala vengono sapientemente esposti l’uno accanto all’altro: due oli su tavola di piccole dimensioni raffiguranti il matrimonio mistico di santa Caterina. Siamo ancora agli inizi di quel lungo percorso che porterà il più giovane dei due, Parmigianino, inevitabilmente attratto, nella prima parte della sua carriera, dal grande maestro che, con i suoi affreschi del Duomo di Parma, aveva infranto ogni schema precedente, a intraprendere vie diverse ma non per questo meno affascinanti. Accanto ai due maestri sono esposti altri talentuosi artisti della Scuola di Parma, come l’Anselmi, il Rondani, il Mazzola Bedoli, le cui opere sono immediati e felici risultati delle influenze dei due grandi pittori di fama internazionale.

Correggio (Antonio Allegri, detto il) Correggio, 1489?  Parma,1534 Danae olio su tela / oil on canvas Roma, Galleria Borghese

In Correggio un sapiente uso prospettico si fonde con la dolcezza espressiva attraverso uno stile fluido fatto di grazia e leggerezza, luminoso e coinvolgente, un’intima e raffinata eleganza e una bellezza incontaminata della natura, come in Noli me tangere o in Venere con Mercurio e Cupido. Nella sua “poetica degli affetti” Correggio è mosso dal desiderio di dare espressione all’intera gamma dei sentimenti umani, dalla gioia al dolore: è una personalità ardente ed emotiva altrettanto brillante nel rendere l’incanto della Vergine Maria dinnanzi al miracolo della nuova maternità, così come l’emozione della mortale Danae nell’amplesso amoroso con Giove, in cui, il tremolare della luce si trasforma gradualmente in tenerezza della carne, dove il colore si fa più tenue per creare le fiabe più delicate del Rinascimento italiano.

Parmigianino, invece, è lontano da una simile carica emotiva, predilige forme levigate, affusolate, con colore steso in modo compatto, quasi smaltato, come mostrano in particolare i preziosi ritratti esposti. Non fonda «come il Correggio ha cercato di fondare, un nuovo e positivo valore, una funzione concreta dell’immaginazione», manca la serenità di Correggio, c’è un nervosismo nella linea e nel colore, sintomo inequivocabile dei tempi che cambiano: dall’Emilia infatti Parmigianino si trasferirà a Roma e poi a Firenze divenendo uno dei più grandi protagonisti della diffusione della maniera.

Con tutte le loro differenze i due condividono una caratteristica fondamentale: l’instancabile evoluzione della loro arte e proprio su tale criterio è allestita la mostra, un percorso fatto di intrecci e sviluppi, di echi e citazioni ma allo stesso tempo di distanze e nette separazioni. Per concludere con le indimenticabili parole di Adolfo Venturi:

L’arte di Correggio si abbandona alla gioia della luce e del colore; vede le forme alleggerite e consunte dall’atmosfera, i contorni ondeggianti e labili, gli sfondi lontani e ariosi, ama le note calde, le carni bionde, i fogliami saturi d’oro; l’arte del Parmigianino, precisa invece e adamantina nei contorni, giunge dalle eleganze sfavillanti e capricciose di Fontanellato, preludio alle delizie ornamentali del Settecento, alle fredde eleganze dell’Impero nella Madonna dal collo lungo.

Una mostra dunque che è un itinerario nella storia, nella storia dell’arte, nella fantasia, tra pigmenti e matite rosse su carte, tra favole cristiane e bellissimi ritratti ideali e insieme enigmatici.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/03/17/correggio-parmigianino-alle-scuderie-del-quirinale-mondi-arcani-tensioni-manieriste/

Quando il like è “misura di tutte le cose”

L’articolo 111 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio riguarda le attività di valorizzazione dei beni culturali: tali attività consistono in “tecniche o risorse finanziarie o strumentali” il cui scopo è favorire la conoscenza dei beni appartenenti al patrimonio culturale e garantire la migliore utilizzazione e fruizione pubblica ai fini dello sviluppo della cultura. Al momento dell’emanazione del decreto legislativo, nel 2004, nessuno avrebbe mai immaginato che tra quelle “risorse, strutture o reti” sarebbero stati compresi, un giorno, i social network, che proprio in quegli anni cominciavano ad affermarsi.

Nasce, infatti, un progetto sperimentale voluto dal ministro dei Beni Culturali Franceschini, che mira a “svegliare” i musei italiani online sfruttando il potere del Web e che permetterà ai 20 grandi musei nazionali di capire come si parla di loro sui social e di confrontare i risultati per un futuro miglioramento. Si tratta dunque di raccogliere, attraverso i vari siti, Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Trip Advisor.., i giudizi e le recensioni relative all’accoglienza (personale, assistenza, biglietteria, code..) e relativi all’accessibilità (trasporti, infrastrutture, indicazioni stradali..) e ricavarne un giudizio complessivo.
Se si prendono in considerazione i dati relativi al solo mese di gennaio di quest’anno, analisi realizzata dalla start-up toscana Travel Appeal, solo il 34% dei visitatori è rimasto completamente soddisfatto dei servizi, da Internet al Wifi, dai bagni, alle biglietterie, alle guide. Nello specifico i dati raccolti mostrano che è l’Umbria a ricevere il consenso del 93,95% dei visitatori, seguita dalla Galleria Estense e il Museo del Bargello.

Precisa tuttavia il ministro Franceschini:

Non vogliamo che questo sistema si trasformi in una classifica dei musei. L’obiettivo è riuscire a stimolare tutti a recuperare i ritardi. Abbiamo le collezioni più importanti al mondo ma un sistema di servizi arretrati. La digitalizzazione e la presenza sul web è una delle prime sfide su cui abbiamo impegnato i nuovi direttori e un sistema di valutazione aiuterà a monitorare i progressi. È un sistema di valutazione dei musei che servirà a recuperare il livello di arretratezza notevole nella loro presenza in rete rispetto agli standard internazionali.

Infatti i dati, come mostra La Stampa, non sono rassicuranti: quattro musei su dieci non hanno un account Twitter e tre su dieci nemmeno uno su Facebook e solo il 15% ha un profilo Instagram in cui caricare foto delle opere esposte. Per non parlare dell’oscuro mondo delle app.
La conferma arriva dai dati di Museum Analytics: il MoMA, la Tate Gallery e il Louvre sono in vetta alle classifiche in quanto follower e like, e per trovare il primo degli italiani (il Maxxi) dobbiamo scendere fino all’ottantacinquesimo posto (su 3000), un primato italiano di cui dobbiamo essere fieri, ma che deve servire da stimolo per fare di più.

$RLO7XLRCerto, il numero dei mi piace sulle pagine social non è il principale problema dei musei italiani oggi. Secondo un’inchiesta del Corriere della Sera nel 2003 i musei pubblici versavano in una tale difficoltà economica ed inefficienza che tutti insieme incassavano il 25% in meno del Louvre da solo. Oggi le cose sembrano andare meglio, nel 2015 sono aumentati del 6% i visitatori (2,5 milioni di persone in più) e gli incassi del 14% (+20 milioni), ma proprio in questo contesto le potenzialità del web non devono essere trascurate. Il web è oggi il più potente e immediato strumento di valorizzazione: un profilo Instagram di un museo è facile da creare ed è altrettanto facile seguirlo: esso può proporre foto delle opere esposte, può mettere al corrente delle iniziative in corso e delle ricorrenze (pensiamo agli ingressi gratuiti dell’8 marzo) in un modo che dovrebbe essere il più intrigante e accattivante possibile, ma il profilo Instagram del museo, non è IL museo e visitare la pagina non può in alcun modo essere equiparato all’aggirarsi fra le sale e fra le opere. Il profilo deve essere una finestra aperta, un’allettante anteprima, uno stimolo a continuare il percorso intrapreso, ma di persona, senza alcuna barriera in cristalli liquidi.

weareinmoma1Un pollice alzato su un social network, una recensione da 5 stelle o un feedback positivo non possono di certo essere l’unico metro di giudizio della condizione dei musei italiani oggi, ma sono dei segnali importanti che contribuiscono vivamente alla valorizzazione del determinato museo, ne favoriscono la visibilità e la conoscenza delle opere, soprattutto da parte dei più giovani, che molto spesso, purtroppo, immaginano il museo come un grande magazzino di polvere e vecchie cianfrusaglie.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/03/13/i-musei-tra-valorizzazione-e-social-quando-il-like-e-misura-di-tutte-le-cose/