Come mosche nel miele: 15 anni senza Renzo Vespignani

Nella ricorrenza del 15° anniversario della scomparsa, la galleria d’arte Edarcom Europa di Roma celebra il genio di Renzo Vespignani (Roma, 19 febbraio 1924 – Roma, 26 aprile 2001) con una mostra di dipinti, litografie ed incisioni curata da Francesco Ciaffi.

Classe 1924, Vespignani, dopo la morte prematura del padre, si trasferì nella zona proletaria di Portonaccio, adiacente a San Lorenzo. Il giovane, dotato di un’estrema sensibilità, non riinternet2ritrattocxw200h347c00.jpgmase indifferente allo squallore del paesaggio urbano di periferia, alle rovine e alle macerie causate dai bombardamenti, ma le avvertì come lacerazioni non solo della nazione, ma dell’anima di ciascun’individuo. La Morte che trionfa sulla vita, la falsità della società dei consumi, il crollo degli ideali: non è pessimismo, è Realtà.

Un quadro, una scultura, un disegno,  sono il risultato di uno scontro durissimo; vinto, se viene vinto, solo dopo cariche e agguati, assalti e ritirate. L’immagine che ne esce è sempre piena di lividi e ferite.

Aveva dichiarato il pittore nel 1982: l’arte diventa così un modo dunque per scandagliare la realtà con tutte le sue brutture e controsensi, idea questa che tanto lo avvicina a Pasolini a cui, non a caso, dedica uno scritto dello intitolato Come mosche nel miele presentato a Villa Medici a Roma due anni dopo.

Renzo iniziò a dipingere proprio durante l’occupazione nazista, nascosto presso l’incisore Barrivieri, suo primo maestro, fino al 1945, anno della sua prima personale. Le opere dei primi anni, molte delle quali in mostra fino al 7 maggio, sono scenari devastati di macerie e dolore della Roma postbellica con un linguaggio realista a tratti segnato da forti accenti espressionisti, egli infatti ama Bacon e il suo modo di scavare nella psiche umana, ma anche Grosz e Otto Dix, descrittore lucido, spietato, quasi fotografico delle miserie, delle infamie, della macroscopica stupidità della guerra. Come dichiarò nella sua ultima intervista, per lui la pittura è «il quid della mia vita, una leva per conoscere, per muovere il mondo», non a caso nel 1956 aveva fondato con alcuni intellettuali la rivista Città aperta che si proponeva di esprimere il distacco delle nuove generazioni rispetto a tutte le etichette sclerotizzate.

Grandissimo disegnatore, pur autodidatta, Vespignani illustra il Decameron di Boccaccio, poesie e prose di Leopardi, i Racconti di Kafka e le Poesie di Belli e di Porta, entrambi creatori di formidabili spaccati di vita quotidiana (uno è romano, l’altro milanese) non senza una vena malinconica.
Come scrisse Valerio Rivosecchi nel 2012

L’intelligenza critica, la profondità intellettuale e la spinta etica che Vespignani mette in tutto quello che fa, costringono ad allargare il campo dell’indagine storico-artistica dalla pittura ai terreni insidiosi della sociologia e della politica, eppure aveva ragione Pasolini a dire che la motivazione più profonda di tutto il suo lavoro è in “un fantasma ‘poetico’ che l’ossessiona, e, come tale, tende a restare sempre uguale a se stesso, fuori dal moto della storia anche interiore.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

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“Impression” di un giorno d’aprile al Boulevard des Capucines

Sarebbe stata unaprima-mostra-impressionisti-cat giornata primaverile come tante quella del 15 aprile 1874, se il fotografo Nadar non avesse invitato ad esporre un gruppo di artisti “indipendenti” proprio nel suo studio situato al numero 35 del Boulevard des Capucines. La facciata era interamente dipinta di rosso, vi si accedeva da un’ampia scala che dava direttamente sulla strada e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri. La mostra si aprì il 15 aprile, due settimane prima del Salon ufficiale, tanto avverso alla nuova Société anonyme des artisies: essa comprendeva 163 opere, l’orario d’apertura era insolito, ovvero dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, e il prezzo del biglietto era di un franco. Monet, Degas, Renoir, Sisley, Pissarro, Cezanne, Bazille: queste le personalità più influenti, artisti fondatori di un movimento che ha bruciato i ponti con il passato e aperto la strada alla ricerca artistica moderna in grado affrontare la realtà «senza le poetiche del “classico” e del “romantico” per liberare la sensazione visiva da ogni esperienza o nozione acquisita e da ogni atteggiamento preordinato che ne potesse mediare l’immediatezza».
Come è noto, il nome Impressionismo si fa risalire ad un commento ironico di Louis Leroy, critico del giornale satirico Le Charivari, il quale, fermandosi davanti a Impression, soleil levant di Monet, disse:

Che rappresenta questo quadro? Come dice il catalogo? Impression, soleil levant. L’avrei giurato! Dicevo giusto a me stesso che ci doveva essere qualche impressione che mi aveva colpito… E che libertà; che bravura! Una carta da parati al suo stato embrionale è più rifinita di questa marina.

Per gli Impressionisti tutto ciò che percepiamo attraverso gli occhi continua al di là del nostro spazio visivo, gli spazi non possono più imprigionati all’interno di ristretti e soffocanti reticoli prospettici, il compito dell’artista è, allora, compiere una sintesi, in cui tout se tient come una sinfonia cromatica. Egli deve preoccuparsi non di cosa rappresentare, ma di come farlo, dedicandosi esclusivamente alla sensazione visiva di un singolo istante, studiando en plein air le ombre e i rapporti tra colori complementari e rifuggendo dalla poeticità del motivo, dall’emozione romantica.  E come rendere materia la sensazione del sole e quella dell’aria calda, fresca, secca o ventosa, le qualità tattili dell’acqua, della sabbia, del suolo caldo, il rumore dei passi sul selciato, la musica, il chiacchiericcio di un locale affollato, l’odore del caffè, dei fiori appena sbocciati? Celeberrima rimane la descrizione che Guy de Maupassant fece su Monet, un cacciatore di colori e luci che “aspettava, faceva la guardia al sole e alle ombre, coglieva con qualche colpo di pennello il raggio che cade o la nuvola che passa e, sdegnando il falso e il convenzionale, li stendeva sustidio_nadar_bnflla tela con destrezza“.

Pittori, cacciatori e anticonformisti, gli Impressionisti continueranno ad esporre in altre mostre fino al 1886, anno della separazione. Essi furono di personalità diversissime tra di loro, Pissarro ad esempio era di sinistra, Degas un conservatore, Monet aveva come unica maestra la Natura, Cezanne e Degas invece consideravano lo studio storico non meno importante di quello della natura, eppure tutti furono fieramente concordi nell’affermare l’autonomia della pittura proprio negli stessi anni in cui la neonata fotografia metteva in crisi l’idea della rappresentazione del vero. Scrisse Les Castagnary nel 1867:

Quale necessità abbiamo di risalire alla storia, di rifugiarci nella leggenda, di consultare i registri dell’immaginazione? La bellezza è sotto i nostri occhi, non nel cervello, nel presente non nel passato, nella verità non nel sogno, nella vita non nella morte. L’universo che abbiamo avanti a noi è quello che il pittore deve rappresentare.

Un atteggiamento sensitivo (appunto, impressione), un moto che va dall’esterno all’interno, la realtà che si va imprimendo, tocco dopo tocco, nella coscienza del soggetto, una lezione, quella degli Impressionisti, con cui tutti gli artisti successivi dovranno necessariamente confrontarsi, da Cezanne a Van Gogh, fino all’Espressionismo in cui tutto si capovolge alla ricerca della genesi dell’atto artistico, percorrendo le vie tortuose dell’inconscio.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.mifacciodicultura.it/2016/04/15/impression-di-un-giorno-daprile-al-boulevard-des-capucines/

Da Carlo Magno a Gutenberg: i libri che hanno fatto l’Europa

Entrai e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare..

Un inebriante odore di antico, di storia, di fantasia si respira in questi giorni presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana con la mostra I libri che hanno fatto l’Europa aperta fino al 22 luglio 2016. Grazie al lavoro di Roberto Antonelli, Michela Cecconi e Lorenzo Mainini, in vista del XXVIII Congresso internazionale di Linguistica e Filologia romanza che si terrà nella Capitale a metà luglio, sono stati raccolti ed esposti 180 preziosi pezzi unici latini, romanzi, greci, arabi ed ebraici suddivisi secondo cinque sezioni diacroniche con testi, video, mappe e supporti mediatici che aiutano a collocare le opere nel loro contesto e nel loro percorso storico che va dalla tradizione classico-cristiana, verso la nuova moderna cultura europea che trova a Venezia la sua capitale mondiale.

Mostra Libri Europa_invito inaugurazione.jpgDalla renovatio culturale (e politica) di Carlo Magno, per passare attraverso Dante, Petrarca, Bembo, i grandi storiografi e lirici, fino ad arrivare al 1467 a Subiaco con la stampa dei primi libri italiani (sant’Agostino, Cicerone e Lattanzio), pochi anni dopo la rivoluzione di Gutemberg della stampa a caratteri mobili: si apre così  l’età Moderna.

La mostra I libri che hanno fatto l’Europa è  dunque un viaggio attraverso pergamene, colori brillanti e minuscole, ma è soprattutto un viaggio alla ricerca delle radici della cultura europea, complessa, dalle molteplici sfaccettature che si riflette nell’ampia pluralità di culture e di libri dai quali è stata trasmessa; proprio in questa fase di crisi del percorso unificativo e di messa in discussione dei principi cardine, tra crisi economica e violazioni dei diritti, la mostra vuole raccontare un’unità culturale il cui presupposto è proprio la diversità.

cultura-160331145606E quale luogo migliore se non l’Accademia dei Lincei? Fondata nel 1603 da Federico Cesi con lo scopo di costituire una sede di incontri rivolti allo sviluppo delle scienze e alla divulgazione delle scoperte ad publicam utilitate. La Lince, proprio secondo il bestiario medievale, per la sua vista acuta diventa emblema dell’osservazione autoptica della Natura.
Osservare, scrivere, imprimere e divulgare: erano queste le quattro fasi necessarie e obbligate dello sviluppo scientifico. Il vero genio è chi comunica i beni della scienza, in una sorta di religio della scienza che, nel pieno del Barocco, crede fermamente nella superiorità dei moderni sugli antichi (e Galileo non perderà occasione nel 1611 di entrare nell’Accademia). E così, dunque, come l’intento principale dell’Accademia è stato l’essere utile alla società contemporanea attraverso lo studio e  la divulgazione, allo stesso modo, i libri esposti, seppur di secoli precedenti, sono nati per essere trasmessi, che essi siano strumenti del potere o ambasciatori di novità, evangelari o storie di  «donne, cavallier, arme, amori..», sono i compassi e cannocchiali e sestanti e mappe  per aiutarci a navigare nei pericolosi mari della vita umana.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/04/09/da-carlo-magno-a-gutenberg-i-libri-che-hanno-fatto-leuropa/