Sedicesima Quadriennale d’arte: annunciati tutti i vincitori


Altri tempi, altri miti
 è il titolo della sedicesima Quadriennale d’arte di Roma che, dopo 8 anni di assenza, ritorna, attesissima, nella Capitale, tra le imponenti colonne del Palazzo delle Esposizioni, il più grande spazio espositivo interdisciplinare nel centro di Roma, oggi vetrina dell’arte contemporanea italiana.

Inaugurata lo scorso 13 ottobre, la Quadriennale vede protagonista l’arte contemporanea italiana dopo il Duemila, gli artisti e i curatori emergenti e gli autori affermati, che più hanno influenzato le nuove ricerche nel dibattito culturale internazionale. Essa è articolata in dieci sezioni espositive, ciascuna delle quali affidata a un curatore under 50 che decide di approfondire un tema: è il caso, ad esempio, della sezione Periferiche in cui otto artisti diversi dialogano tra loro, rivendicando l’importanza di uno spazio policentrico e di un tempo di lunga durata, oppure il caso di Cyphoria – neologismo che unisce Cyber con Dysphoria – che indaga il rapporto caotico e spesso conflittuale tra reale e virtuale, in una quasi celebrazione del kitsch 2.0.

Risale a una settimana fa la proclamazione dei nomi degli artisti vincitori, scelti all’unanimità da un’importante giuria internazionale, che ha deciso di assegnare il Il Viaggio - Antonella Biscotti.jpg
Premio Quadriennale 16
a Rossella Biscotti per aver realizzato un’opera che «attraverso diversi livelli di significato, dà visibilità al dramma umano che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo». Servendosi di una stampa fotografica e di un testo a parete, Rossella Biscotti, erede dell’arte concettuale e minimalista, descrive due viaggi profondamente legati tra loro: il primo è quello di un blocco di marmo e del suo ipotetico affondamento nel Mediterraneo, il secondo è il tragitto via mare tra la Libia e la Sicilia. Il Premio illy under 35 è andato, invece, a Adelita Husni-Bey per “AGENCY potere”, un video girato nel 2014 che vede protagonisti un gruppo di adolescenti che sembrano giocare a fare i “grandi”, ovvero simulano veri incontri politici esaminando come le decisioni sono prese nella società, «il risultato è un lavoro pieno di ottimismo che sottolinea il ruolo fondamentale dell’istruzione come base di fratellanza».D’altra parte il titolo parla da sé, Altri tempi, altri miti è un collage di esperie
nze artistiche e curatoriali diverse, un omaggio allo scrittore Pier Vittorio Tondelli e alla sua opera Weekend Postmoderno 1990, che «con il racconto di spezzoni di vita italiana, contestatario, ma in modo delicato, non aggressivo – dichiara il Presidente della sedicesima Quadriennale Franco Bernabè a Flash Art – rappresenta bene il tipo di esperienza che stiamo facendo». L’intento della sedicesima Quadriennale è infatti quello di trasformare la pluralità di voci, la differenza di sguardi e di sensibilità in un dialogo, dentro e fuori Palazzo delle Esposizioni, il FuoriQuadriennale propone, infatti, tantissimi eventi nelle gallerie e luoghi espositivi di Roma.È già mattino - Alek.O.jpg

Menzioni speciali sono, inoltre, state attribuite a Alek. O per E già mattino, un collage di manifesti per affissione stradale utilizzati al contrario, ai quali l’artista dà una nuova vita creando forme irregolari dai colori brillanti simili alle figure oniriche di Mirò o ai collage di Matisse, e a Quayola e al suo Lacoon #D20-Q1, un clone 3D del celeberrimo gruppo scultoreo del Laocoonte, trionfo della nuova estetica della digitalizzaziLaocoon - Quayola.jpgone.

Altri tempi, altri miti si concluderà l’8 gennaio 2017, nella speranza che la mission dichiarata dal presidente Franco Bernabè, ovvero «un progetto comune di rilancio dell’arte contemporanea italiana sul territorio romano», possa davvero rappresentare l’avvio di una serie di iniziative culturali che tengano il pubblico sempre aggiornato su quale sia lo stato di salute dell’arte oggi.

 

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/11/19/sedicesima-quadriennale-vincitori/

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Claude Monet, ovvero l’immortale pittore dell’attimo

Dalla nascita di Claude Monet, il 14 novembre 1840, sono passati ben 176 anni, eppure il suo ricordo è più vivo che mai. Dalla prima mostra al Boulevard des Capucines del 1874, fino alla più recente di Parma, Monet resta uno degli artisti più conosciuti e amati dal grande pubblico. Grazie alla sua prolifica attività durata più di mezzo secolo (Monet morirà nel 1926), oggi non è difficile trovare suoi dipinti nei musei di tutto il mondo, sono centinaia, inoltre, le mostre che lo hanno visto protagonista e interminabili i fiumi di inchiostro che sono stati versati per lui dai più importanti critici e storici dell’arte. Così scrisse nel 1883 il romanziere e amico del pittore Octave Mirbeau:

Non conosco tra i paesaggisti moderni un pittore più completo, più vibrante, più diverso nelle impressioni di Claude Monet, si direbbe che nessun brivido della natura gli sia sconosciuto, egli ne ha tastato il polso, l’ha auscultata come un medico la sua ammalata.

«Io dipingo come un uccello canta» amava dire di sé il vecchio maestro sottolineando con ciò come per lui la pittura non fosse una semplice attività artistica, ma una vera e propria esigenza interiore, quasi fisiologica.

monet-ninfee.jpgPer Monet, l’artista deve preoccuparsi non di cosa rappresentare (da qui il disinteresse per le convenzioni d’atelier), ma di come farlo, dedicandosi esclusivamente alla sensazione visiva di un singolo istante, studiando en plein air le ombre e i rapporti tra colori complementari e rifuggendo dalla poeticità del motivo, dall’emozione romantica e dal sentimento della natura ancora presente nella pittura di Corot. Nasce l’Impressionismo, emancipato dalla letteratura e dai soggetti, senza allusioni né simboli, una vera e propria poesia della luce. «Cogliere l’attimo fuggente o almeno la sensazione che lascia» è quanto Claude Monet si propone di fare nel suo celebre ciclo di Ninfee in cui le impressioni luminose create dall’acqua e dai brandelli di cielo che vi si riflettono inducono l’osservatore a ripercorrere globalmente l’esperienza che il pittore ha avuto dello stagno di casa sua a Giverny.

Perfino quando la moglie Camille si trovò sul letto di morte, il pittore non poté fare a meno di cogliere la morte nelle ombre del colorito sul volto della donna attraverso sfumature graduali, così scrisse nel 1879:

Toni blu,Claude Monet, Camille Monet sul letto di morte.JPG gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatta strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori.

Come un cacciatore di colori e luci Monet riusciva a cogliere, servendosi di pennellate brevi e veloci, il raggio che cade o la nuvola che passa, lo scintillio della luce mattutina tra i pinnacoli, le lievi increspature dell’acqua, alla continua ricerca dell’evanescente mutabilità dell’impressione. 

Sono costretto a continue trasformazioni perché tutto cresce e rinverdisce, insomma a forza di trasformazioni io seguo la natura senza poterla afferrare e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo, oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente.

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/11/14/claude-monet-pittore-dellattimo/

 

Alla scoperta di Mihaly Munkacsy, pittore tra tradizione e innovazione

Alla scoperta di Mihaly Munkacsy, pittore tra tradizione e innovazione

La Hungarian National Gallery, situata all’interno del Palazzo di Buda, è la più grande raccolta pubblica rappresentante la storia dell’arte dell’Ungheria dal medioevo ai nostri giorni e, fino al marzo 2018, ospita molte delle più famose opere del Museo delle Belle Arti (al momento in ristrutturazione), che, tra l’altro, erano state in mostra a Milano dal settembre al febbraio 2016. Tra le varie aree della Galleria, trasferita negli ambienti del Palazzo nel 1975, una grande sala, ben allestita, è dedicata ad un interessante, ma poco conosciuto, pittore: Mihaly Munkacsy (Munkács, 20 febbraio 1844 – Endemich, 1º maggio 1900).

Mihaly Munkacsy, nato in una famiglia originaria della Baviera nel 1844, dopo una prima formazione in patria, ebbe l’occasione di studiare a Vienna, Monaco, Düsseldorf e Parigi, dove nel 1874 assorbì l’influenza di Courbet e dei pittori della scuola di Barbizon,restando tuttavia indifferente alle novità impressioniste. A Parigi elaborò il caratteristico stile dei suoi quadri di genere, di tipo letterario-realistico, di ambiente popolare e borghese, che, insieme con le composizioni storiche e religiose, fecero di Munkacsy uno dei più acclamati pittori del suo tempo. La svolta del suo percorso stilistico avvenne nel 1876: anno in cui termina con la pittura di genere ed è interessato a rappresentare nei suoi dipinti la sofferenza, la malattia e la morte. Capolavoro di questo periodo è il dipinto che mostra John Milton, ormai cieco e in povertà, che detta Paradise Lost alle giovani figlie, occasione per Munkacsy per affrontare il tema della sofferenza umana e in particolare la fermezza e la lotta contro il dolore dell’uomo di genio. Lui stesso, nell’ultima parte della sua vita, soffrì molto, a partire dal 1897, infatti, fu ricoverato in una casa di cura e poi internato in un ospedale psichiatrico dove, nel 1900, morì.

Il suo dipinto più conosciuto The Last Day of a Condemned Mandipinto nel 1869 e vincitore della Medaglia d’oro al Salon di Parigi del 1870 mostra, in una cella logora, con un tavolo la cui tovaglia bianca, investita da una luce irreale sembra quasi illuminare tutta la stanza, un uomo che sta aspettando la sua ora. Riecheggiano le parole di Victor Hugo che nel suo libro L’ultimo giorno di un condannato a morte del 1956 analizza la sospensione temporale del condannato:

Si dice che sia cosa da nulla, che non si soffre, ch’è una fine dolce, che in questo modo la morte è molto semplificata. Eh, che cosa sono allora questa agonia di sei settimane e questo rantolare di un intero giorno? Che cosa sono le angosce di questa giornata irreparabile, che passa così lentamente e così in fretta? Che cos’è questa scala di torture che termina sul patibolo?

The Last Day of a Condemned Man, 1869.jpgLa drammaticità, componente fondamentale in molte opere dell’artista, è data non solo dalle tinte scelte e dal sapiente utilizzo della luce, ma soprattutto dai soggetti; protagonista della sua pittura, che non ha ceduto alle influenze impressioniste del periodo, è l’uomo. Come Cristo al cospetto di Pilato, capace di una grande dignità di fronte alla sofferenza, così l’uomo comune, espressione di una determinata condizione sociale, affronta coraggiosamente la vita quotidiana e i suoi drammi e non si può non concordare con Joyce quando, descrivendo l’Ecce Homo, scrive:

 The picture reveals the mean human passions being characteristic of both genders with such realism […] that all words are not enough for its characterization […] also through all these it is obvious, that the attitude of the artist is human, deeply shockingly human.

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/11/06/alla-scoperta-di-mihaly-munkacsy/