Giuseppe Penone: la scultura come gesto della mano che accarezza

All’interno del Palazzo della Civiltà italiana – oggi in affitto al gruppo Fendi – un elemento naturale sconvolge le severe geometrie in travertino, progettate negli anni ’30 da Guerrini e Lapadula. È un abete di trenta metri, svuotato dei suoi “anelli” che segnavano gli anni e scavato con meticolosa precisione da Giuseppe Penone: incastonata al suo interno, una forma di bronzo (Monumentum aere perennius…) Matrice e Giuseppe Penone.jpgsembra raggelare il flusso di vita dell’albero-simulacro. L’abete – uno dei capolavori di Matrice, la mostra curata da Massimiliano Gioni – è diventato, grazie all’azione demiurgica dell’artista, materia fluida e plasmabile, ma la sua struttura scultorea perfetta, la sua forma funzionale «che ha la necessità dell’esistenza» ne appare completamente stravolta.


In bilico tra il rispetto quasi religioso per la natura e la volontà di potenza dello scultore, si muove Giuseppe Penone, classe 1947, uno degli artisti viventi più famosi al mondo. Nato in una famiglia di contadini, ha vissuto a Garessio, nell’entroterra tra Liguria e Piemonte, e si è contraddistinto, alla fine degli anni Sessanta, tra gli artisti del movimento dell’Arte Povera per un’attenzione particolare rivolta alle forze della natura e alla comunione-scontro con l’uomo. Le opere di Penone, nate da un profondo senso di attaccamento alla sua terra, sono memorie corporee, testimoni della sua idea che anche noi, come le rocce, gli alberi e l’acqua, siamo costantemente in trasformazione. L’essere umano si sente fuso con il divenire cosmico, perciò – scrive Germano Celant – spinto da una medesima forza vitale, si sente anch’egli albero, fiume e tubero in una nuova visione osmotica del mondo, libera da ogni fissità temporale e fisica.

Dopo la personale alla Maison Fendi, sono i luminosissimi spazi della Gagosian Gallery ad ospitare le opere più recenti dell’artista. Tra queste, Equivalenze (2016) è un’opera costituita dalle fusioni in bronzo che Penone ha realizzato a partire dal calco in gesso di alcune parti di un albero. La corteccia assume l’aspetto di un arabesco antropomorfo, una sorta di muta di serpente abbandonata e diventa, da simbolo di forza e vitalità quale era, un involucro luttuoso, la cui la ricostruzione del passato è solo immaginabile attraverso un processo mentale in negativo.

fendi-giuseppe-penone-02.jpgDare forma all’invisibile è la missione più alta a cui la scultura, secondo l’artista, deve aspirare. La scultura, intesa come «gesto della mano che accarezza le forme equivalenti della terra» deve essere capace di svelare l’anima delle cose e materializzare il visibile senza aggiungere altro alla natura che le sue stesse componenti: erba, alberi, arbusti, rocce, acqua, pietre. Partendo dall’idea che la scultura abbia origine da impulsi primari – come riempirsi la bocca con dell’acqua, imprimere un segno sull’argilla con le mani, e così via – l’artista ha continuato, negli anni, la sua ricerca, approdando anche a nuove tecniche e materiali, ma senza mai dimenticare le proprie radici.Come ha dichiarato in una passata intervista a La Stampa:


Tutto nasceva dall’idea che la scultura è un adattarsi della mano alle forme delle cose. Ho posato la mia mano sulla sua fronte e ho cercato di trasferire quelle forme nella creta. Che poi si riverberano in bronzo nello spazio. Sì, forse come in un’esplosione cosmica.[…] In fondo quest’idea dell’orma si ripete sin da milioni di anni, sin dai graffiti rupestri. E se tu vuoi bere alla fonte, che fai? Poni le mani come scolpendo una scodella. Ma poi, anche Dio, quando ci ha creati, non ha avuto bisogno della creta?

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/02/15/roma-due-personali-giuseppe-penone/

 

 

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Giacomo Manzù e Lucio Fontana in mostra: tra tradizione e ricerca del sacro

Ci sono dei luoghi a Roma che, in certe particolari ore del giorno, si caricano di una speciale aura di sacralità. Tra questi, il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, prima mausoleo di Adriano e poi fortezza papale, con i suoi percorsi e la sua vista mozzafiato sul Tevere, è sicuramente tra i luoghi più suggestivi. Non è, dunque, un caso se è stato scelto come cornice per una mostra che proprio sul tema della ricerca spirituale pone le sue premesse: Giacomo Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana visitabile fino al 5 marzo 2017. La mostra, curata da Barbara Cinelli e Davide Colombo, è realizzata in collaborazione con il Comune di Ardea e la Fondazione Giacomo Manzù dove è esposta la seconda parte della mostra dedicata al confronto tra i due artisti del Novecento, diversissimi tra loro per stile e formazione, ma qui accomunati da un tema preciso. Capitale e provincia si uniscono nel nome dell’arte e così il direttore del Polo Museale del Lazio, Gabrielli, ha dichiarato:

Concepire la mostra in due sedi di pari livello significa andar oltre, superare il tradizionale rapporto di sudditanza, o se si vuole di centro-periferia, che normalmente Roma con la sua obiettiva grandezza detta, impone alla provincia e all’intero Lazio. 

Il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, prima sede della mostra, espone trentacinque sculture di Giacomo Manzù (Bergamo, 1908 – Roma, 1991): dal ciclo dei bassorilievi di ispirazione donatelliana, ad alcuni esempi dei rilievi eseguiti per la porta della cattedrale di Rotterdam nel 1965, insieme alla serie dei grandi Cardinali, che più di ogni altra opera ha contribuito a plasmare l’immagine di Manzù in qualità di “scultore cattolico“, capace di opporre l’autenticità del sentimento cristiano all’inautenticità  dei miti del potere. Così scrisse l’artista:

La prima volta che vidi i cardinali fu in San Pietro nel 1934: mi impressionarono per le loro masse rigide, immobili, eppure vibranti di spiritualità compressa. Li vedevo come tante statue, una serie di cubi allineati e l’impulso a creare nella scultura una mia versione di quella realtà ineffabile fu irresistibile.

Argan definì quelle “lamiere” sottili, eppure capaci di suggerire peso e volume, come le «sole opere religiose del nostro tempo» ed effettivamente i Cardinali, iconograficamente così ancorati alla tradizione, ma stilisticamente purificati da essa, sono un omaggio alla semplicità della devozione, scevra da ogni orpello accessorio.

Manzù e Fontana, riassumendo le parole del cardinal Ravasi, ciascuno secondo il proprio percorso creativo e interiore, hanno imboccato il sentiero d’altura non solo della trascendenza insita sempre all’arte, ma anche quello della trascendenza teologica per cui il famoso asserto di Paul Klee secondo cui «l’arte non rappresenta il visibile ma l’invisibile» che si annida nell’essere e nell’esistere può essere contemporaneamente trascritto con la maiuscola divina, cioè l’Invisibile. Scriveva Hermann Hesse: «Arte significa: in ogni cosa mostrare Dio».Nello stesso periodo in cui Giacomo Manzù prese parte, nel 1949, al concorso per la porta di San Pietro in Vaticano, il grande maestro Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968) partecipò al concorso per le porte del Duomo di Milano del 1950. Manzù e Fontana si rapportarono con le antiche iconografie che avrebbero desiderato rinnovare in senso contemporaneo ed entrambi cercarono di rispondere ad un bisogno di una dimensione spirituale nuova che all’indomani di Auschwitz e Hiroshima andava riformulata per intero, nonostante ci fosse chi cominciò a teorizzare la morte dell’arte (Adorno, ad esempio, disse che «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie»).

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/02/01/giacomo-manzu-lucio-fontana-mostra/amp/