Jean-Michel Basquiat: storia di una meteora newyorchese in mostra a Roma

Dopo il grandissimo e inaspettato successo della mostra LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore, il Chiostro del Bramante apre le sue porte al pubblico con una nuova esposizione, visitabile fino al 2 luglio 2017, dedicata al ragazzo prodigio dell’arte americana,  Jean-Michel Basquiat.Basquiat, Jean-Michel - Back of the Neck - 1983 (2)
La storia è quella di un giovanissimo artista newyorchese, che tagga sui muri insieme al sui amico Al Diaz sotto lo pseudonimo SAMO, che come una meteora, attraversa scoppiettando l’intera decade degli anni ’80 per poi spegnersi, in un’overdose di eroina, nell’estate del 1988. Jean-Michel aveva 27 anni e le spalle ancora non abbastanza larghe: una volta entrato nel vortice dorato del successo, fu difficile per lui venirne fuori. Così scrisse il poeta e critico Renè Ricard:

È cool avere 20 anni ed essere arrivati […] ma la crassa volubilità del mercato degli speculatori può avere un effetto deleterio sulla futura carriera dell’artista […] qui non si tratta più di collezionare arte, ma di comprare individui. Non è un pezzo firmato SAMO. È un pezzo di SAMO.

Riecheggia la citazione menandrea secondo cui muore giovane chi è caro agli dei e il nome di Basquiat è da aggiungere a quelli di Janis Joplin, Kurt Kobain, Jim Morrison, Jimi Hendrix e tanti altri grandi artisti dalla vita border-line, avvolti da un’aura romantica che, nella storia, è riservata ai grandi eroi che hanno sacrificato la loro vita in nome di un ideale, di un obiettivo. Aveva già le idee chiare a 17 anni Basquiat quando, dopo l’ennesima fuga da casa, disse: «Papà un giorno diventerò molto, molto famoso». Due anni dopo era già un fenomeno. «I don’t know just where I’m going/ But I’m gonna try for the kingdom» cantavano i Velvet Underground.

In una prima parte della sua breve carriera Jean-Michel si servì della parolaUso la scrittura come pennellata», dirà), criptica e piena di allusioni, espressa in taccuini o, più frequentemente, in graffiti sui muri delle strade o delle metropolitane. L’allestimento della mostra, non a caso, vuole rispecchiare questo aspetto “underground”. Il pavimento è rivestito in gomma nera e gialla, le descrizioni ricordano fermate metropolitane e le scale, ripulite dalle scritte che gli oltre 150 mila visitatori di LOVE avevano lasciato, adesso, vengono rese volutamente sudicie e rovinate dall’umidità, proprio come delle vere scale sotterranee e, come se non bastasse, il sottofondo di un treno in arrivo chiarisce tutti i dubbi. Basquiat, Jean-Michel - John Lurie - 1982 (1)
Come nelle mostre precedenti, d’altra parte, il Chiostro, temendo l’horror vacui della parete bianca, cerca di “ambientare” le opere esposte e rendere le pareti museali quanto più permeabili con l’esterno. La componente social è fondamentale oggi per un museo (è già stato lanciato l’hashtag #bebasquiat), ma non deve esaurirsi lì, Basquiat va oltre il graffitismo e la cultura underground. È un artista estremamente complesso e contraddittorio, una rockstar che indossa completi Armani, un selvaggio con un autocontrollo perfetto e, per usare un paragone di Jeffrey Deitch:

Basquiat ricorda Lou Reed che canta magnificamente dell’eroina ai bravi ragazzi del liceo.

Riferimenti alla tradizione estetica afroamericana – la blackness – appaiono, nelle sue opere, mediate dalle suggestioni espressioniste che riceve, ad esempio, dall’eleganza di Cy Twombly e dalla brutalità di Dubuffet. Il suo primitivismo, spiega il curatore della mostra Gianni Mercurio, è frutto di una presa di coscienza politica e non solo un sistema di valori formali, estetici, feticisti ed etnografici, come era avvenuto nelle Avanguardie europee.

Jean-Michel Basquiat, figlio di genitori separati, troverà un padre putativo in Andy Warhol, che a partire dal 1982 lo accoglierà in quel luogo dal tempo sospeso che è la Factory. Sarà dopo la sua improvvisa morte che avverrà il tracollo definitivo del giovane pittore nel mondo dell’eroina. «Heroin, be the death of me/ Heroin, it’s my wife and it’s my life», cantavano sempre i Velvet Underground. Così si conclude la parabola del “radiant child“, sconfitto in una lotta impari contro i fantasmi che lo accomunano a tutta la sua generazione, a tutti coloro che, come scrisse Kerouac in On the Road:

Bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/03/25/jean-michel-basquiat-mostra-roma/

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Georg Baselitz: l’eroismo della solitudine e la fine di un’ideologia fallita

Dopo il successo della sedicesima Quadriennale, l’arte contemporanea continua ad essere protagonista, all’interno delle grandi sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma, in occasione di un’importante mostra, curata da Max Hollein e Daniela Lancioni e dedicata a uno dei più originali e controversi artisti di sempre: Georg Baselitz.

IMG_1854 (2).JPGNato nel 1938 in Sassonia, Baselitz, pseudonimo di Hans-Georg Rem, inizia gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Berlino Est, dalla quale, tuttavia, sarà espulso per «immaturità socio-politica». Non senza rammarico, decide allora di fare il grande passo, trasferendosi nell’Accademia di Belle Arti di Berlino Ovest, dove si respirava tutt’altro clima. Il passaggio comporterà, ben presto, l’abbandono dei codici del Realismo Socialista, unica arte possibile nella Germania comunista, e un successivo approccio all’informale tedesco, interiorizzato e riletto con una consapevolezza nuova, maturata durante gli anni della guerra.

Appellandosi a una tradizione di pittura modernista bollata dai nazisti, nel 1937, come “degenerata“, Georg Baselitz, proprio a partire dal gruppo degli Espressionisti di Die Brücke e, in particolare Oskar Kokoschka, crea una nuova estetica pittorica che non solo privilegia la continuità della produzione artigianale della pittura, ma favorisce la persistenza di un fondamento nazionale della pratica artistica, poi sviluppato anni dopo dal gruppo dei Neuen Wilden. Egli, tuttavia, tenta di conquistare un margine di innovazione rispetto ai padri storici, estendendo, in primis, il formato dei dipinti e poi, scrive Renato Barilli, «urlando più forte» dei predecessori. Così dichiarerà:

Sono un artista tedesco e ciò che faccio ha radici nella tradizione tedesca, è brutto ed espressivo.

La crisi missilistica a Cuba e l’assassinio di Kennedy lasciavano presagire l’inizio di una nuova terrificante guerra, la Germania era una  polveriera: è proprio a partire dall’estate del 1965 che Georg Baselitz creò una serie di lavori, circa 60 dipinti, 130 disegni e 38 stampe (costituenti il nucleo principale della mostra), frutto delle vicende di quegli anni e delle letture importanti che accompagnavano le sue giornate: Kafka, Joyce, Musil, Artaud, gli Esistenzialisti, Solochov…

Confrontai le condizioni di quella guerra civile con le mie…perché cercavo di vedere il mio isolamento sotto una luce eroica. Nel 1965 iniziai a dipingere gli “Eroi” con i personaggi che sembravano provenire esattamente da quei libri.

007 Rebel_1965_Foto_Friedrich Rosenstiel, K+Âln.jpgGli Heldenbilder, le immagini di eroi, come in seguito furono chiamati, sono fantocci imponenti e sproporzionati, che procedono verso lo spettatore con tanto ardore ed enfasi da perdere brandelli corporei, costruiti dall’artista a partire da pennellate pastose e vigorose. Colore, segno e espressione arrivano, in questi quadri, a un grado di intensità tale da sfidarsi a vicenda. Sono figure monumentali cariche di un’aggressività primordiale e una sessualità naïf, che, come moderne menadi, si dimenano e smembrano progressivamente, schiacciate su fondi monocromatici senza profondità.

Le esperienze vissute durante l’infanzia nella Sassonia distrutta dalla guerra, l’assenza di radici e il trasferimento da una parte all’altra della Germania, portano Baselitz ad avvertire l’ambiente circostante come ostile e straniante.

Sono stato messo al mondo in un ordine distrutto, in un paesaggio distrutto, in un popolo distrutto, in una società distrutta. E non volevo introdurre un nuovo ordine. Avevo visto fin troppi cosiddetti ordini

Come si evince dai suoi quasi apocalittici Manifesti Pandemonici, scritti con la collaborazione di Schönebeck, Baselitz rivendica il ruolo dell’artista in qualità di moderno emarginato romantico. D’altra parte, come ha spiegato il curatore Max Hollein:

La cesura e l’isolamento, come comportamento consapevole e reazione artistica conseguente, furono quindi per Baselitz l’unica via percorribile in maniera autentica

E allora gli Eroi e i Ribelli, Partigiani di una patria senza nome e senza bandiera, con i loro vestiti fatti di stracci,  i loro genitali ipertrofici e i loro contorni in decomposizione sono forse i sopravvissuti, i superstiti, riemersi dal sottosuolo e profeticamente accorsi sulla tela del pittore a testimoniare il fallimento di un’ideologia.

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/03/19/georg-baselitz-mostra-roma/

Il carcere come metafora del mondo: la mostra “Please Come Back” al Maxxi

Il carcere come metafora del mondo: la mostra "Please come back" al Maxxi

La stagione delle mostre del 2017 del MAXXI non poteva iniziare meno provocatoriamente di così: Please Come Back. Il mondo come prigione? è forse la mostra più politica che il museo della Capitale abbia finora ospitato.

Curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli, la mostra ospita, fino al 21 maggio 2017, 50 opere che raccontano il «carcere come metafora del mondo contemporaneo e il mondo contemporaneo come metafora del carcere». Sono 26 gli artisti, provenienti da tutti le parti del mondo, che si confrontano sul tema della prigione, intesa sia come luogo fisico in cui avvengono torture e spersonalizzazioni dell’individuo, sia come metafora di una condizione esistenziale di controllo e soppressione delle libertà individuali.
Così hanno dichiarato i curatori:

Da molto tempo abbiamo in mente questo progetto, che è sopravvissuto agli eventi socio-politici degli ultimi anni, in cui la corruzione economica, la manipolazione politica, l’ingiustizia, le forze dell’ordine, la sorveglianza e il controllo hanno eroso velocemente lo spazio della nostra vita: pubblica e privata. Questa tendenza diminuisce sempre di più la nostra libertà di pensiero ed espressione e finisce per diffondere una generale cultura della paura.

Il carcere come metafora del mondo: la mostra "Please come back" al Maxxi

La prima delle tre sezioni della mostra è dedicata alla vita passata dietro le mura, non solo in rapporto alle esperienze personali degli artisti (ad esempio Karamustafa fu reclusa in Turchia e Zhang Yue in Cina), ma anche intendendo la prigionia come una condizione metaforica. Le mura sono rappresentate dalle sbarre della gabbia di H.H. Lim o dal vetro antiproiettile del cubo di Elisabetta Benassi, realizzato in omaggio all’attivista americana Angela Davis. Ma le mura possono anche essere invisibili, e nonostante ciò, invalicabili. L’opera presentata da Rossella Biscotti, ad esempio, riproduce la pianta di una esigua cella di isolamento della prigione di Santo Stefano: una gabbia senza pareti, almeno all’apprenza. O forse i suoi limiti sono gli stessi del museo, e inglobano anche gli stessi spettatori?

La prigione diventa così una rete aperta che penetra in ogni angolo delle nostre traiettorie quotidiane, persino nei nostri sogni, come ben si evince dalle opere delle sezioni Fuori dalle mura e Oltre i muri, in cui le telecamere di videosorveglianza, i satelliti, i droni, sono al servizio di una nuova e invisibile macchina organizzativa del controllo, nonché strumenti di una nuova estetica tecnologica che rievoca la tradizione della pittura di paesaggio e dell’astrazione.

Il titolo della mostra Please Come Back deriva dal lavoro del collettivo francese dei Claire Fontaine, che realizza una grande scritta al neon che si illumina al passaggio del visitatore e che è pensata per essere osservata sia frontalmente, sia riflessa a terra. In questa dialettica tra luce-buio, realtà-riflesso, reclusione-libertà, l’opera si riferisce in modo generico alla nostalgia e all’assenza di qualcuno/qualcosa che desideriamo ardentemente.

Come spiegano gli artisti: «Il rapporto diretto con la prigione è rappresentato dal font K, che deve il nome a Kafka e che, come viene dichiarato nel testo, si riferisce a luoghi disciplinari». Nel contesto di «luoghi disciplinari come scuole, fabbriche, ospedali e prigioni», il «desiderio di qualcuno che se n’è andato» può di certo essere interpretato come una resistenza e un rifiuto verso il sistema di controllo stesso.

E allora la domanda a cui il visitatore dovrà trovare una propria risposta è: che cosa vogliamo che ritorni indietro nelle nostre vite? Il rispetto del nostro corpo? La sicurezza? La libertà?

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/wp-admin/post.php?post=143472&action=edit