Da controcultura a fenomeno mainstream: con Cross the streets l’arte di strada arriva al MACRO

DIAMOND-workinprogress(1) ©Simon d'Exéa (1).jpgDa protagonista assoluta delle piazze, dei vagoni dei treni e dei magazzini dismessi, l’arte di strada, espressione di una controcultura a limite dell’illegalità, in questi anni sta ricevendo sempre più attenzioni da parte non solo dell’opinione pubblica, ma anche dei critici e curatori che, attraverso festival e mostre, stanno contribuendo alla sua diffusione. Ad esempio, Roma oggi conta più di 300 opere di street art in 150 strade della città: una vera e propria capitale europea dell’arte di strada, che oggi punta i riflettori sui suoi artisti all’interno di uno spazio tradizionale quale il museo, con la mostra Cross the streets, visitabile al MACRO dal 6 maggio al 1° ottobre.

L’esposizione è infatti un progetto a cura di Paulo Lucas von Vacano, editore di Drago, che vuole gettare le basi per una storicizzazione del fenomeno del writing nella capitale negli ultimi quarant’anni, dal 1979 fino alle monumentali opere site-specific, realizzate da Daimond, JB Rock, Lucamaleonte e molti altri all’interno degli spazi museali. Articolata su tutti e due piani del Museo d’Arte Contemporanea di Via Nizza, Cross the streets presenta anche una sezione dedicata alle recenti produzioni e una seconda sezione, all’interno della Sala Bianca, dedicata a opere storiche, a cura di Christian Omodeo.

Il rapporto speciale che lega Roma all’arte di strada risale al dicembre 1979, quando all’interno della galleria La Medusa furono esposte, per la prima volta fuori dagli Stati Uniti, opere d’arte urbana. Date per disperse per moltissimi anni, le opere di George “Lee” Quinones e Frederick “Fab 5 Freddy” Brathwaite sono adesso esposte dopo quasi quarant’anni di oblio.

29-Keith Haring Deleted - Roma, Palazzo delle Esposizioni, 11 settembre 1984, foto di Stefano Fontebasso De Martino, courtesy of MACRO - CRDAV (1).jpgAltro evento fondamentale del panorama artistico romano degli anni ’80 fu la grande mostra collettiva di artisti, graffitari e writers newyorchesi Nuova Frontiera, allestita a Palazzo delle Esposizioni e curata da Francesca Alinovi, critica militante, accoltellata dal compagno, giusto poche settimane prima dell’apertura della mostra. È in occasione di questa importante esposizione che il “radiant child” della Factory warholiana, Keith Haring, intervenne sullo zoccolo della facciata marmorea di Palazzo delle Esposizioni, portando nella capitale, per usare le parole di Francesca Alinovi «quell’arte del futuro che spia con occhi grandi scuri spalancati sul centro dalla periferia, mescolata con i detriti e le macerie della città degradata».

In un’intervista con l’Alinovi, Haring ha dichiarato:

Le mie immagini proprio perché hanno a che fare con parole e idee umane, sono molto semplici e comuni, sono molto universali, vogliono essere molto universali ed essere comunicative in modo universale. […] I miei disegni si distendono in superficie e si manifestano per quello che sono, non c’è nulla di nascosto o di illusionistico.

L’intervento di Keith Haring, cancellato per motivi di decoro pubblico dal Comune di Roma, in occasione della visita di Michail Gorbacëv del 1992, all’interno della mostra, ritorna alla memoria dei romani, grazie all’intervento del fotografo Stefano Fontebasso Di Martino, che ha fotografato i murales di Haring prima della loro definitiva cancellazione, diventando testimone di un tempo perduto.

Come ha dichiarato in conferenza stampa Francesco Dobrovich, direttore di NUfactory e organizzatore di vari festival outdoor, «gli street artist sono le persone più generose al mondo», regalano il proprio lavoro ai cittadini, insegnano a guardare la città con occhi diversi. Un risposta – forse – a tutti coloro che associano il vandalismo ad opere nate invece per valorizzare e vitalizzare la città. Non a caso, fra giugno e ottobre, saranno organizzati al MACRO una serie di incontri su questioni legate al diritto d’autore, alla proprietà e, non ultimo, la legalità. Gli organizzatori sanno bene a quali critiche – ben manifestate in conferenza stampa – può andare incontro una mostra che ha la pretesa di portare la strada all’interno del museo, ma allo stesso tempo si dichiarano convinti che l’evento, nato per raccontare una storia che i romani – pur vivendo tra le opere – non conoscono, sarà una primavera romana, in grado di stimolare la creatività e la capacità critica nei confronti di un’arte tanto democratica quanto non convenzionale.

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/05/11/cross-the-streets-macro/

Da vecchio magazzino a tempio della street art: il sogno di Coolen diventa museo

Esiste un museo per tutto, anche per la street art. Sembra un paradosso, eppure l’esistenza di una simile realtà quanto mai contemporanea, mette in crisi le politiche museali e le tradizionali modalità di allestimento. Come è possibile, infatti, racchiudere all’interno di quattro mura e rendere facile preda della polvere qualcosa di così anticonvenzionale e fuori dagli schemi (e dalle mura!) come i graffiti? Proprio a tutti gli scettici visitatori, per così dire, allergici all’ossimoro street/museo il curatore olandese Peter Ernst Coolen lancia una sfida: anche l’arte di strada avrà il suo tempio. Fondatore e curatore di Street Art Today, Coolen ha organizzato, negli anni, diversi festival di strada e adesso sta lavorando a uno dei progetti più ambiziosi di sempre: il più grande museo di street art del mondo con sede ad Amsterdam00-steve-locatelli-photo-karin-du-maire-2-2-1024x1024.jpegIn una recente intervista Cooler ha infatti delineato il piano che dovrebbe portare, entro l’estate 2018, alla conclusione dei nuovi lavori di recupero di un magazzino abbandonato, prima occupato da una società di costruzioni navali, all’interno del quale prenderà vita il nuovo spazio museale.

Amsterdam, la Venezia del Nord, fiorente centro commerciale e artistico, non è nuova alla street art. Esiste dal 2012 SAMA – Street Art Museum of Amsterdam – uno dei primi centri di street art riconosciuti al mondo, gestito da una fondazione non-profit con lo scopo di «creare, esplorare, documentare e preservare il crescente e democratico movimento della street art». SAMA, tuttavia, più che un tradizionale museo è un tour guidato all’interno della città tra le varie opere. Coolen, invece, con il nuovo museo vuole offrire un’esperienza completamente nuova all’interno degli oltre 7 mila metri quadri di superficie (due volte la Turbine Hall della Tate Modern!) che saranno abitati dalle opere degli street artist più famosi, come David Walker, Cranio, Hoxxoh. Coolen ha dichiarato che l’opera più piccola avrà le dimensioni della Ronda di notte (3,63 × 4,37m) di Rembrandt, grande nume tutelare dell’arte olandese: il cerchio si chiude.

Così ha dichiarato:

La street art è diventata parte inseparabile della vita urbana da anni ormai. I critici la considerano uno dei più significativi movimenti artistici del momento. Essendo realizzata per strada, tuttavia, è la più deteriorabile. La collezione del museo non solo rappresenterà un’era, ma presenterà i migliori lavori di street art  in un unico luogo, rendendoli accessibili al grande pubblico.

Peter Ernst Coolen ha spiegato nell’intervista che l’idea è venuta fuori due anni fa quando, organizzando uno street art festival, gli è stato proposto di appendere alcuni pannelli alle pareti ed esporli in una sorta di esposizione permanente. Da quel momento sono giunte ad Amsterdam opere da tutte le parti del mondo, realizzate appositamente per il nuovo museo o provenienti da altre commissioni, ma mai staccate da muri (come invece è avvenuto per lavori di Bansky). Il museo, per come lo intende il curatore, sarà una sorta di opera d’arte totale, in quanto le opere non saranno visibili solo all’interno, ma l’esterno sarà carta bianca per chiunque, armato di bomboletta e creatività, voglia esprimere qualcosa.

00-eduardo-kobra-photo-marco-buddingh-2-1024x682.jpgCompito del museo è portare la strada su un altro livello, incorporarla, in un certo senso, all’interno dell’edificio che, in virtù della sua conformazione architettonica, contribuisce a ciò che Coolen chiama “street feeling”.Sulla facciata del futuro museo già campeggia il grande ritratto di Anna Frank, alto 24 metri, realizzato dal famoso artista brasiliano Eduardo Kobra e intitolato Let Me Be Myself. Già in passato Kobra aveva ritratto in giganteschi murali personaggi come Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, e ora, proprio nella città dove Anna visse con la sua famiglia dopo l’ascesa del nazismo, realizza questo colorato e caleidoscopico ritratto con lo scopo di «stimolare, da un lato, la contemplazione e allo stesso tempo portare molti giovani a trarre ispirazione dal coraggio e dalla saggezza di questa giovane donna».

Scriveva nel 1873 Rimbaud «Il faut être absolument moderne». Ecco, bisogna essere assolutamente e necessariamente moderni e i tempi moderni portano con sé nuove esigenze e nuove domande, tra cui la conservazione e la tutela della street art e la stessa fruizione. Nessun istinto incendiario dunque, con buona pace di Marinetti, gli street artist sembrano non avere cattivi rapporti con il museo, se questo contribuisce alla diffusione dell’arte ad un più ampio raggio. Più che ossimoro, è un’osmosi.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/23/museo-street-art-curatore-coolen/

I pesci non portano fucili: l’elogio alla fluidità di Alfredo Pirri

i-passi-di-pirri-nella-centrale-riaperta_1042ea3e-250e-11e6-9aa0-ce10f5cddec3_900_566_display (1).jpgSoltanto un visionario come Alfredo Pirri poteva concepire e realizzare un progetto a partire da una frase così bizzarra e pittoresca, carica di energia positiva come «I pesci non portano fucili». Tratta dal romanzo fantascientifico The divine Invasion (1981) di Philip. K. Dick, la frase diventa il titolo di un’importante antologica dell’artista, ospitata negli spazi dell’ex mattatoio di Testaccio e visitabile fino al 4 giugno. L’ex mattatoio romano è un importante esempio di archeologia industriale di fine ‘800 i cui spazi, oggi seconda sede del Museo d’Arte Contemporanea di Roma, sono stati interpretati (e, in parte, trasformati con delle pareti in Beton wood) da Alfredo Pirri, ai fini di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza immersiva, giocata sull’armonia tra spazio, luce e colore. Più che un’antologica, allora, la mostra si può definire quasi un’opera a sé, una coinvolgente full immersion tra i cinquanta lavori dell’artista, realizzati tra gli anni Ottanta e il 2017, ed esposti non in maniera cronologica, ma sincronica, fluida, in continuo dialogo con lo spettatore.

Alfredo Pirri, nato a Cosenza nel 1957, definisce la sua antologica «collettiva», intendendo con collettività tutte quelle energie e quegli influssi che sono confluiti all’interno del progetto e che hanno permesso che una mostra «inimmaginabile» diventasse non solo possibile, ma esemplare. In questo senso, la trasformazione degli spazi del mattatoio diventa un’espansione verso la città, intesa come luogo di condivisione e di confluenze e il percorso espositivo è, come ha dichiarato l’artista:

Un’avventura intellettuale che si propone alla città, proprio come nel titolo, in maniera disarmata e con un tentativo di rendere la stessa città maggiormente fluida, in modo da muoversi al suo interno come pesci nell’acqua, senza mai fermarsi al primo ostacolo. […] L’arte mobilita le energie, i sentimenti, i pensieri di tutti.

6 (1).JPGIn seguito al nuovo allestimento della LAGN era stato smantellato il monumentale
ingresso vitreo progettato da Pirri nel 2011 – Passi – che ora, in occasione della mostra, viene nuovamente ricreato, in dimensioni ridotte, sotto forma di passaggio tra due sale. Nel giorno del vernissage i visitatori sono stati invitati dall’artista a frantumare, calpestandola, la lastra di vetro e a contribuire, così, al completamento dell’opera site specific, che quindi ha perso la sua autorialità, diventando, in un certo senso corale. Come ha scritto l’artista:Ottimismo e fluidità sono dunque le parole chiave per comprendere il percorso artistico di Pirri che, sperimentando negli anni molteplici linguaggi espressivi – dalla pittura, alla scultura, fino alla performance – ha sempre orientato la sua ricerca verso una dimensione spazio-temporale, originata dalla memoria e dalla fantasia. Ad esempio, nel gruppo di lavori intitolati Verso N (2003), il riverbero delle vernici colorate sul muro crea una suggestiva aura attorno all’opera, tale da annullare il confine tra realtà e immaginazione. Allo stesso modo, Arie (2016), piume dipinte su plexiglass, sono opere in bilico tra qualcosa di tangibile e pungente e qualcosa di etereo, impalpabile.

Lo spettatore compie una doppia azione di demolizione e ricostruzione della sua immagine […] nello sperimentare l’azione del guardarsi capovolto e sentire quello spazio infinitesimale come una pelle che lo lega e separa dalla propria immagine, per condurlo a farne parte in maniera naturale allo stesso modo di come si fa parte del mondo.

0.Alfredo Pirri_La stanza di Penna, 1999 particolare dell'installazione (1)A conclusione del percorso, i curatori Benedetta Carpi de Resmini e Ludovico Pratesi, hanno previsto La stanza di Penna, una piccola sala silenziosa, lontana dai riflessi iridescenti delle vernici, che ospita cento elementi dipinti, piegati e sovrapposti, come dei libri aperti verso l’osservatore o delle barchette naufragate e mutile in seguito a chissà quale tempesta. La stanza è il delicato e malinconico tributo dell’artista al poeta Sandro Penna, ma anche una riflessione, favorita dalla fioca luce di un finto tramonto, sulla fragilità.

Alfredo Pirri. I pesci non portano fucili.Dunque la mostra I pesci non portano fucili, partendo dalla fantascienza di Dick, arriva alle zone più recondite della nostra coscienza e il riflesso (su vetro, plexiglass, vernici…) non è soltanto una tecnica impiegata dall’artista, ma è un processo di risonanza delle opere con l’ambiente circostante e con lo spettatore. In questo senso, la fluidità consiste proprio in questa capacità di dialogo dialettico della mostra con la città, con la speranza – e Pirri ne è fortemente convinto – che una città diversa, una Roma diversa, possa esistere.

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/13/alfredo-pirri-mostra-roma/