Edgar Degas, il più classico degli impressionisti

Sensibile e sognatore, Edgar Degas nasce il 19 luglio del 1834 a Parigi. Lo contraddistingue, sin dalla giovinezza, una tendenza a isolarsi, tanto da risultare quasi scontroso,  dirà di se stesso:

Ero o sembravo duro come tutti, per una specie di impulso alla brutalità che mi veniva dal mio dubitare e dal mio cattivo umore. Mi sentivo così fatto male, così sprovveduto, così fiacco, mentre mi pareva che i miei calcoli d’arte fossero così giusti. Tenevo il broncio a tutti e anche a me stesso.

Ammiratore e, da giovane, seguace diretto di Ingres, Degas ha fatto parte del gruppo di punta degli impressionisti, benché la sua ricerca divergesse dalla loro per alcuni punti fondamentali. Sempre insoddisfatto della sua arte, Edgar Degas è il più classico tra gli impressionisti per la sua attenzione ai grandi artisti del Rinascimento che avrà modo di conoscere dalle collezioni del Louvre e dal viaggio in Italia che compie a proprie spese e senza concorrere per l’ambitissimo Prix de Rome (il nonno, tra l’altro, era un ricchissimo banchiere napoletano). Così con «spirito e amore di Mantegna, vivacità e colorismo di Veronese» Degas reinterpreta la tradizione:

Va bene copiare ciò che si vede ma è meglio disegnare ciò che non si vede più, se non nella memoria, solo così si riproduce l’essenziale […] Nessun’arte è tanto meno spontanea della mia.

Rispetto ai caratteristici paesaggi en plein air di Monet, in Edgar notiamo un’attenzione per gli aspetti marginali ma significativi del quotidiano, come se guardando dal buco della serratura, riuscisse a sintetizzare in un’espressione momenti istantanei di una giornata, di un’intera vita. La sensazione è un fatto prima che visivo, mentale, l’artista non è, come scrive Argan, un apparato ricevente, uno schermo immobile su cui proiettare l’immagine immobile del creato: è un essere proteso a captare la realtà, a far proprio lo spazio.

Non c’è contemplazione di fronte alla realtà, solo intima comprensione. La famosa serie delleballerine, corpi aggraziati plasmati dal movimento («La gente mi chiamava pittore delle danzatrici, ma in realtà a me interessa catturare il movimento») e quella delle toilette femminili, donne bellissime colte in momenti intimi, quasi in presa diretta, mostra un interesse acuto del pittore per il mondo presente che si traduce in una sintesi del moto che solo la pittura (in particolar modo i pastelli), e non la fotografia, può dare.
«Degas scrive Baudelaire – amava il corpo umano come un’armonia materiale come una bella architettura con in più il movimento».

Figura e ambiente, nella sintesi percettiva, dunque diventano un’unica-L'Absinthe-,_par_Edgar_Degas_(1876).jpg cosa. Emblematico in tal senso è L’Absinthe dell’Orsay (1875) dipinto in cui i due protagonisti, sconfitti della storia, degradati, spersonalizzati, risultano «freddi come il marmo dei tavolini mal lavati, logori e stinti come il velluto dei divani, torbidi come gli specchi offuscati»; il classico non è più bellezza ideale, né ragione illuministica, è semplicemente rifiuto del patetico per un’oggettività superiore.

«Felice me, che non ho trovato il mio stile, cosa che mi farebbe imbestialire!» avrebbe esclamato Degas, ribadendo in questo modo, per l’ennesima volta, l’attualità dell’antico.

Edgar Degas morirà nella capitale francese il 27 settembre 1917.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/07/19/edgar-degas-piu-classico-impressionisti/

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“Impression” di un giorno d’aprile al Boulevard des Capucines

Sarebbe stata unaprima-mostra-impressionisti-cat giornata primaverile come tante quella del 15 aprile 1874, se il fotografo Nadar non avesse invitato ad esporre un gruppo di artisti “indipendenti” proprio nel suo studio situato al numero 35 del Boulevard des Capucines. La facciata era interamente dipinta di rosso, vi si accedeva da un’ampia scala che dava direttamente sulla strada e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri. La mostra si aprì il 15 aprile, due settimane prima del Salon ufficiale, tanto avverso alla nuova Société anonyme des artisies: essa comprendeva 163 opere, l’orario d’apertura era insolito, ovvero dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, e il prezzo del biglietto era di un franco. Monet, Degas, Renoir, Sisley, Pissarro, Cezanne, Bazille: queste le personalità più influenti, artisti fondatori di un movimento che ha bruciato i ponti con il passato e aperto la strada alla ricerca artistica moderna in grado affrontare la realtà «senza le poetiche del “classico” e del “romantico” per liberare la sensazione visiva da ogni esperienza o nozione acquisita e da ogni atteggiamento preordinato che ne potesse mediare l’immediatezza».
Come è noto, il nome Impressionismo si fa risalire ad un commento ironico di Louis Leroy, critico del giornale satirico Le Charivari, il quale, fermandosi davanti a Impression, soleil levant di Monet, disse:

Che rappresenta questo quadro? Come dice il catalogo? Impression, soleil levant. L’avrei giurato! Dicevo giusto a me stesso che ci doveva essere qualche impressione che mi aveva colpito… E che libertà; che bravura! Una carta da parati al suo stato embrionale è più rifinita di questa marina.

Per gli Impressionisti tutto ciò che percepiamo attraverso gli occhi continua al di là del nostro spazio visivo, gli spazi non possono più imprigionati all’interno di ristretti e soffocanti reticoli prospettici, il compito dell’artista è, allora, compiere una sintesi, in cui tout se tient come una sinfonia cromatica. Egli deve preoccuparsi non di cosa rappresentare, ma di come farlo, dedicandosi esclusivamente alla sensazione visiva di un singolo istante, studiando en plein air le ombre e i rapporti tra colori complementari e rifuggendo dalla poeticità del motivo, dall’emozione romantica.  E come rendere materia la sensazione del sole e quella dell’aria calda, fresca, secca o ventosa, le qualità tattili dell’acqua, della sabbia, del suolo caldo, il rumore dei passi sul selciato, la musica, il chiacchiericcio di un locale affollato, l’odore del caffè, dei fiori appena sbocciati? Celeberrima rimane la descrizione che Guy de Maupassant fece su Monet, un cacciatore di colori e luci che “aspettava, faceva la guardia al sole e alle ombre, coglieva con qualche colpo di pennello il raggio che cade o la nuvola che passa e, sdegnando il falso e il convenzionale, li stendeva sustidio_nadar_bnflla tela con destrezza“.

Pittori, cacciatori e anticonformisti, gli Impressionisti continueranno ad esporre in altre mostre fino al 1886, anno della separazione. Essi furono di personalità diversissime tra di loro, Pissarro ad esempio era di sinistra, Degas un conservatore, Monet aveva come unica maestra la Natura, Cezanne e Degas invece consideravano lo studio storico non meno importante di quello della natura, eppure tutti furono fieramente concordi nell’affermare l’autonomia della pittura proprio negli stessi anni in cui la neonata fotografia metteva in crisi l’idea della rappresentazione del vero. Scrisse Les Castagnary nel 1867:

Quale necessità abbiamo di risalire alla storia, di rifugiarci nella leggenda, di consultare i registri dell’immaginazione? La bellezza è sotto i nostri occhi, non nel cervello, nel presente non nel passato, nella verità non nel sogno, nella vita non nella morte. L’universo che abbiamo avanti a noi è quello che il pittore deve rappresentare.

Un atteggiamento sensitivo (appunto, impressione), un moto che va dall’esterno all’interno, la realtà che si va imprimendo, tocco dopo tocco, nella coscienza del soggetto, una lezione, quella degli Impressionisti, con cui tutti gli artisti successivi dovranno necessariamente confrontarsi, da Cezanne a Van Gogh, fino all’Espressionismo in cui tutto si capovolge alla ricerca della genesi dell’atto artistico, percorrendo le vie tortuose dell’inconscio.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.mifacciodicultura.it/2016/04/15/impression-di-un-giorno-daprile-al-boulevard-des-capucines/

L’arte di guardare l’Arte

Campin_merode_altarpiece_central_detail_4“È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir, vada a la striglia

Così, in due versi celeberrimi, il poeta Giovan Battista Marino (1569-1625) condensa abilmente l’estetica seicentesca: meravigliare, stupire, coinvolgere il lettore (e lo spettatore) fino ad abbattere i limiti che separano la realtà dalla finzione, il teatro dalla vita quotidiana: ecco il Barocco, arte fatta per l’Uomo e per tutti gli uomini che avranno voglia di emozionarsi al suo cospetto in ogni epoca. E i protagonisti sono dunque gli abbracci ecumenici di marmo, le tende policrome preziose come gemme, la spettacolarità, la grandiosità del trionfo, ma allo stesso tempo l’humana fragilitas, la riflessione sulla caducità dell’esistenza, la morte che come un insetto parassita intacca i bei frutti, doni della terra. Dall’intellettualismo manierista, dal continuo logorare dall’interno, quasi come in una prigione, gli schemi della tradizione classica si giunge a un improvviso rifiuto delle regole precostituite, da un arte difficile e non comunicativa a una, invece, propagandistica, grandiosa, fatta per tutti. Arte nata per meravigliare, quasi abbagliando lo spettatore e travolgendo i suoi sensi.

Risulta sempre affascinante immaginare come un uomo del popolo si sia sentito, una volta entrato a Santa Maria del Popolo, a cospetto della crocifissione del Caravaggio, da quale passione sia stato percosso un contadino, non poi così diverso da Pietro, di fronte a quel terribile spettacolo della morte e della dignità del sacrificio. È dunque questo il compito dello storico dell’arte: meravigliarsi immaginando la meraviglia altrui.

La scoperta non è soltanto nel trovare opere nuove ma nel vedere con occhi nuovi: il racconto della storia, come ci insegna Longhi, non è interpretazione o documento ma è una continua, rinnovata emozione del vedere. Grazie allo storico dell’arte, che è, nel suo piccolo, anche lui un demiurgo, un dipinto comincia a parlare e ne esce fuori l’essenza, la verità nascosta, il pensiero segreto, egli estrae lo spirito di un artista con gli occhi e lo restituisce con la parola. E per chi intraprende questa difficile strada, ciò che non deve mai venir meno è, appunto, la capacità di meravigliarsi, di guardare il mondo con gli occhi di un fanciullo che vede tutto per la prima volta. Meravigliarsi ancora, dopo anni di esperienza e studio, alla linea che de-limita e de-finisce del Botticelli neoplatonico, oppure, allo stesso modo, cogliere gli albori del tonalismo Veneto in Bellini e stupirsi di un imagerapporto uomo-natura primigenio così diverso dal antropocentrismo fiorentino: l’uomo non è che una fibra della natura, i contorni dunque non possono essere netti perché è un tutt’uno con il mondo che lo circonda. La bellezza inesprimibile di un pianto di fronte al terribile sgomento delle tempeste di Turner e il sentirsi così piccoli di fronte al Sublime della natura, l’osservare con gli stessi occhi innamorati la leggera effimera bellezza dei ghirigori dorati rococò e la nuda brutalità dei sacchi in iuta di Burri, per passare poi dalle palpitanti icone bizantine del Sinai fino al memento mori adamantino di Damien Hirst, eccetera eccetera eccetera. Ad infinitum. MeravigliARSi.

Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

da La grande bellezza – Paolo Sorrentino, 2013
Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/03/26/larte-di-guardare-larte/