Il carcere come metafora del mondo: la mostra “Please Come Back” al Maxxi

Il carcere come metafora del mondo: la mostra "Please come back" al Maxxi

La stagione delle mostre del 2017 del MAXXI non poteva iniziare meno provocatoriamente di così: Please Come Back. Il mondo come prigione? è forse la mostra più politica che il museo della Capitale abbia finora ospitato.

Curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli, la mostra ospita, fino al 21 maggio 2017, 50 opere che raccontano il «carcere come metafora del mondo contemporaneo e il mondo contemporaneo come metafora del carcere». Sono 26 gli artisti, provenienti da tutti le parti del mondo, che si confrontano sul tema della prigione, intesa sia come luogo fisico in cui avvengono torture e spersonalizzazioni dell’individuo, sia come metafora di una condizione esistenziale di controllo e soppressione delle libertà individuali.
Così hanno dichiarato i curatori:

Da molto tempo abbiamo in mente questo progetto, che è sopravvissuto agli eventi socio-politici degli ultimi anni, in cui la corruzione economica, la manipolazione politica, l’ingiustizia, le forze dell’ordine, la sorveglianza e il controllo hanno eroso velocemente lo spazio della nostra vita: pubblica e privata. Questa tendenza diminuisce sempre di più la nostra libertà di pensiero ed espressione e finisce per diffondere una generale cultura della paura.

Il carcere come metafora del mondo: la mostra "Please come back" al Maxxi

La prima delle tre sezioni della mostra è dedicata alla vita passata dietro le mura, non solo in rapporto alle esperienze personali degli artisti (ad esempio Karamustafa fu reclusa in Turchia e Zhang Yue in Cina), ma anche intendendo la prigionia come una condizione metaforica. Le mura sono rappresentate dalle sbarre della gabbia di H.H. Lim o dal vetro antiproiettile del cubo di Elisabetta Benassi, realizzato in omaggio all’attivista americana Angela Davis. Ma le mura possono anche essere invisibili, e nonostante ciò, invalicabili. L’opera presentata da Rossella Biscotti, ad esempio, riproduce la pianta di una esigua cella di isolamento della prigione di Santo Stefano: una gabbia senza pareti, almeno all’apprenza. O forse i suoi limiti sono gli stessi del museo, e inglobano anche gli stessi spettatori?

La prigione diventa così una rete aperta che penetra in ogni angolo delle nostre traiettorie quotidiane, persino nei nostri sogni, come ben si evince dalle opere delle sezioni Fuori dalle mura e Oltre i muri, in cui le telecamere di videosorveglianza, i satelliti, i droni, sono al servizio di una nuova e invisibile macchina organizzativa del controllo, nonché strumenti di una nuova estetica tecnologica che rievoca la tradizione della pittura di paesaggio e dell’astrazione.

Il titolo della mostra Please Come Back deriva dal lavoro del collettivo francese dei Claire Fontaine, che realizza una grande scritta al neon che si illumina al passaggio del visitatore e che è pensata per essere osservata sia frontalmente, sia riflessa a terra. In questa dialettica tra luce-buio, realtà-riflesso, reclusione-libertà, l’opera si riferisce in modo generico alla nostalgia e all’assenza di qualcuno/qualcosa che desideriamo ardentemente.

Come spiegano gli artisti: «Il rapporto diretto con la prigione è rappresentato dal font K, che deve il nome a Kafka e che, come viene dichiarato nel testo, si riferisce a luoghi disciplinari». Nel contesto di «luoghi disciplinari come scuole, fabbriche, ospedali e prigioni», il «desiderio di qualcuno che se n’è andato» può di certo essere interpretato come una resistenza e un rifiuto verso il sistema di controllo stesso.

E allora la domanda a cui il visitatore dovrà trovare una propria risposta è: che cosa vogliamo che ritorni indietro nelle nostre vite? Il rispetto del nostro corpo? La sicurezza? La libertà?

Elena Li Causi 

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Giovanni Boldini e l’elettrizzante fascino della Belle Époque in mostra a Roma

All’interno dei grandi spazi dell’Ala Brasini nel Complesso del Vittoriano a Roma, fino al 16 luglio è possibile visitare una delle mostre antologiche più ricche e spettacolari degli ultimi decenni, dedicata al grande maestro Giovanni Boldini (1842-1931). Ferrarese di nascita e parigino d’adozione, Boldini è stato uno dei maggiori interpreti di quel clima di fiducia, speranza e benessere che si respirava a fine Ottocento, tra i ricchi saloni e le piazze parigine affollate d’artisti.

I caffè risuonano come officine, all’ombra degli alberi si stringono i dolci colloqui; tutto s’agita e freme in quella mezza oscurità, non ancor vinta dall’illuminazione notturna; e un non so che di voluttuoso spira nell’aria, mentre la notte di Parigi, carica di follie e di peccati prepara le sue insidie famose.

Giovanni Boldini e l'elettrizzante fascino della Belle Époque in mostra a Roma

In questa frase di Edmondo De Amicis si condensa l’immaginario che la letteratura e l’arte ci hanno lasciato della Belle Époque, un periodo compreso fra la guerra franco-prussiana del 1870 e il 1914. Una società che, però, come scrisse Paul Morand, visse inconsapevolmente su un campo minato, in quanto la spumeggiante fioritura culturale all’insegna del progresso già covava in nuce i paradossi che sarebbero sfociati di lì a poco nel primo tragico conflitto mondiale, durante il quale sarà l’yprite di Verdun a mettere fine al “rêve français”.

Anche grazie ai colori delle pareti, alle didascalie Art Nouveau e alla presenza di divanetti capitonné, visitare la mostra del Vittoriano è una full immersion nella seconda metà dell’Ottocento, vista con gli occhi di un grande pittore, furbo e ambizioso e capace di assecondare con grande intelligenza i gusti della Parigi della grandeur. L’esposizione è stata pensata, infatti, dai curatori Tiziano Panconi e Sergio Gaddi «come un’opera unica», ovvero si propone di raccontare Boldini come realmente era, un pittore articolatissimo di una varietà straordinaria che, come disse una volta Diego Martelli:

[…] è un tale ammasso di lasciato e fatto, di falso e di vero, che bisogna prenderlo com’è e non si vuotare il capo a farci sopra delle teorie; né si può dire che quando siete davanti a un suo lavoro, possiate non guardarlo, egli vi affascina, vi corbella, vi mette sottosopra; sentite che quella faccenda che avete sotto gli occhi è una profanazione della vostra divinità ma pur tuttavia ci trovate gusto, lo gnomo vi inviluppa, vi sbalordisce, vi incanta, le vostre teorie se ne vanno ed egli ha vinto.

Giovanni Boldini, Ritratto di Donna Franca Florio (1901-1924). AMT Real Estate SPA in c.p.o.

Giovanni Boldini, già a vent’anni consapevole del proprio talento, si trasferisce da Ferrara a Firenze, dove frequenta il celebre caffè Michelangelo e stringe amicizie con Signorini, Fattori e Banti. Orientatosi, fin da subito, verso il ritratto, egli appare già un innovatore: per questo giovane animo scalpitante l’arte mite dei Macchiaioli dovette risultare troppo stretta.

La Ville Lumière esercitava su di lui un’attrazione quasi fisica ed è per questa ragione che, nel 1871, entra in contatto con l’antica maison d’art di Groupil e si trasferisce a Parigi. Sono gli anni dell’Impressionismo e Boldini rimane molto affascinato dalla pittura di Degas, il meno impressionista degli impressionisti, ed è proprio da lui che riprenderà il suo tratto rapido come una sciabola e la sua pennellata energica e elettrizzante, proprio come il suo spirito estroso e vivace. Già nei primi lavori parigini si intravede l’effetto magico, che lo porterà negli anni successivi a diventare un riconosciuto genio della pittura in grado di cogliere e rappresentare «la scintilla irripetibile della vita» e  ad essere richiestissimo dalle aristocratiche, desiderose di essere trasfigurate in dee moderne dal pittore-stregone, l’unico in grado  di consegnare la loro immagine alla storia e all’eternità.

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/03/07/mostra-giovanni-boldini-roma/

Giuseppe Penone: la scultura come gesto della mano che accarezza

All’interno del Palazzo della Civiltà italiana – oggi in affitto al gruppo Fendi – un elemento naturale sconvolge le severe geometrie in travertino, progettate negli anni ’30 da Guerrini e Lapadula. È un abete di trenta metri, svuotato dei suoi “anelli” che segnavano gli anni e scavato con meticolosa precisione da Giuseppe Penone: incastonata al suo interno, una forma di bronzo (Monumentum aere perennius…) Matrice e Giuseppe Penone.jpgsembra raggelare il flusso di vita dell’albero-simulacro. L’abete – uno dei capolavori di Matrice, la mostra curata da Massimiliano Gioni – è diventato, grazie all’azione demiurgica dell’artista, materia fluida e plasmabile, ma la sua struttura scultorea perfetta, la sua forma funzionale «che ha la necessità dell’esistenza» ne appare completamente stravolta.


In bilico tra il rispetto quasi religioso per la natura e la volontà di potenza dello scultore, si muove Giuseppe Penone, classe 1947, uno degli artisti viventi più famosi al mondo. Nato in una famiglia di contadini, ha vissuto a Garessio, nell’entroterra tra Liguria e Piemonte, e si è contraddistinto, alla fine degli anni Sessanta, tra gli artisti del movimento dell’Arte Povera per un’attenzione particolare rivolta alle forze della natura e alla comunione-scontro con l’uomo. Le opere di Penone, nate da un profondo senso di attaccamento alla sua terra, sono memorie corporee, testimoni della sua idea che anche noi, come le rocce, gli alberi e l’acqua, siamo costantemente in trasformazione. L’essere umano si sente fuso con il divenire cosmico, perciò – scrive Germano Celant – spinto da una medesima forza vitale, si sente anch’egli albero, fiume e tubero in una nuova visione osmotica del mondo, libera da ogni fissità temporale e fisica.

Dopo la personale alla Maison Fendi, sono i luminosissimi spazi della Gagosian Gallery ad ospitare le opere più recenti dell’artista. Tra queste, Equivalenze (2016) è un’opera costituita dalle fusioni in bronzo che Penone ha realizzato a partire dal calco in gesso di alcune parti di un albero. La corteccia assume l’aspetto di un arabesco antropomorfo, una sorta di muta di serpente abbandonata e diventa, da simbolo di forza e vitalità quale era, un involucro luttuoso, la cui la ricostruzione del passato è solo immaginabile attraverso un processo mentale in negativo.

fendi-giuseppe-penone-02.jpgDare forma all’invisibile è la missione più alta a cui la scultura, secondo l’artista, deve aspirare. La scultura, intesa come «gesto della mano che accarezza le forme equivalenti della terra» deve essere capace di svelare l’anima delle cose e materializzare il visibile senza aggiungere altro alla natura che le sue stesse componenti: erba, alberi, arbusti, rocce, acqua, pietre. Partendo dall’idea che la scultura abbia origine da impulsi primari – come riempirsi la bocca con dell’acqua, imprimere un segno sull’argilla con le mani, e così via – l’artista ha continuato, negli anni, la sua ricerca, approdando anche a nuove tecniche e materiali, ma senza mai dimenticare le proprie radici.Come ha dichiarato in una passata intervista a La Stampa:


Tutto nasceva dall’idea che la scultura è un adattarsi della mano alle forme delle cose. Ho posato la mia mano sulla sua fronte e ho cercato di trasferire quelle forme nella creta. Che poi si riverberano in bronzo nello spazio. Sì, forse come in un’esplosione cosmica.[…] In fondo quest’idea dell’orma si ripete sin da milioni di anni, sin dai graffiti rupestri. E se tu vuoi bere alla fonte, che fai? Poni le mani come scolpendo una scodella. Ma poi, anche Dio, quando ci ha creati, non ha avuto bisogno della creta?

Elena Li Causi

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/02/15/roma-due-personali-giuseppe-penone/