Da vecchio magazzino a tempio della street art: il sogno di Coolen diventa museo

Esiste un museo per tutto, anche per la street art. Sembra un paradosso, eppure l’esistenza di una simile realtà quanto mai contemporanea, mette in crisi le politiche museali e le tradizionali modalità di allestimento. Come è possibile, infatti, racchiudere all’interno di quattro mura e rendere facile preda della polvere qualcosa di così anticonvenzionale e fuori dagli schemi (e dalle mura!) come i graffiti? Proprio a tutti gli scettici visitatori, per così dire, allergici all’ossimoro street/museo il curatore olandese Peter Ernst Coolen lancia una sfida: anche l’arte di strada avrà il suo tempio. Fondatore e curatore di Street Art Today, Coolen ha organizzato, negli anni, diversi festival di strada e adesso sta lavorando a uno dei progetti più ambiziosi di sempre: il più grande museo di street art del mondo con sede ad Amsterdam00-steve-locatelli-photo-karin-du-maire-2-2-1024x1024.jpegIn una recente intervista Cooler ha infatti delineato il piano che dovrebbe portare, entro l’estate 2018, alla conclusione dei nuovi lavori di recupero di un magazzino abbandonato, prima occupato da una società di costruzioni navali, all’interno del quale prenderà vita il nuovo spazio museale.

Amsterdam, la Venezia del Nord, fiorente centro commerciale e artistico, non è nuova alla street art. Esiste dal 2012 SAMA – Street Art Museum of Amsterdam – uno dei primi centri di street art riconosciuti al mondo, gestito da una fondazione non-profit con lo scopo di «creare, esplorare, documentare e preservare il crescente e democratico movimento della street art». SAMA, tuttavia, più che un tradizionale museo è un tour guidato all’interno della città tra le varie opere. Coolen, invece, con il nuovo museo vuole offrire un’esperienza completamente nuova all’interno degli oltre 7 mila metri quadri di superficie (due volte la Turbine Hall della Tate Modern!) che saranno abitati dalle opere degli street artist più famosi, come David Walker, Cranio, Hoxxoh. Coolen ha dichiarato che l’opera più piccola avrà le dimensioni della Ronda di notte (3,63 × 4,37m) di Rembrandt, grande nume tutelare dell’arte olandese: il cerchio si chiude.

Così ha dichiarato:

La street art è diventata parte inseparabile della vita urbana da anni ormai. I critici la considerano uno dei più significativi movimenti artistici del momento. Essendo realizzata per strada, tuttavia, è la più deteriorabile. La collezione del museo non solo rappresenterà un’era, ma presenterà i migliori lavori di street art  in un unico luogo, rendendoli accessibili al grande pubblico.

Peter Ernst Coolen ha spiegato nell’intervista che l’idea è venuta fuori due anni fa quando, organizzando uno street art festival, gli è stato proposto di appendere alcuni pannelli alle pareti ed esporli in una sorta di esposizione permanente. Da quel momento sono giunte ad Amsterdam opere da tutte le parti del mondo, realizzate appositamente per il nuovo museo o provenienti da altre commissioni, ma mai staccate da muri (come invece è avvenuto per lavori di Bansky). Il museo, per come lo intende il curatore, sarà una sorta di opera d’arte totale, in quanto le opere non saranno visibili solo all’interno, ma l’esterno sarà carta bianca per chiunque, armato di bomboletta e creatività, voglia esprimere qualcosa.

00-eduardo-kobra-photo-marco-buddingh-2-1024x682.jpgCompito del museo è portare la strada su un altro livello, incorporarla, in un certo senso, all’interno dell’edificio che, in virtù della sua conformazione architettonica, contribuisce a ciò che Coolen chiama “street feeling”.Sulla facciata del futuro museo già campeggia il grande ritratto di Anna Frank, alto 24 metri, realizzato dal famoso artista brasiliano Eduardo Kobra e intitolato Let Me Be Myself. Già in passato Kobra aveva ritratto in giganteschi murali personaggi come Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, e ora, proprio nella città dove Anna visse con la sua famiglia dopo l’ascesa del nazismo, realizza questo colorato e caleidoscopico ritratto con lo scopo di «stimolare, da un lato, la contemplazione e allo stesso tempo portare molti giovani a trarre ispirazione dal coraggio e dalla saggezza di questa giovane donna».

Scriveva nel 1873 Rimbaud «Il faut être absolument moderne». Ecco, bisogna essere assolutamente e necessariamente moderni e i tempi moderni portano con sé nuove esigenze e nuove domande, tra cui la conservazione e la tutela della street art e la stessa fruizione. Nessun istinto incendiario dunque, con buona pace di Marinetti, gli street artist sembrano non avere cattivi rapporti con il museo, se questo contribuisce alla diffusione dell’arte ad un più ampio raggio. Più che ossimoro, è un’osmosi.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/23/museo-street-art-curatore-coolen/

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Banksy in mostra a Roma… ma, shh, non diteglielo!


Mi piace pensare di avere il coraggio di fare sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere quelle cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà.

Con queste parole si conclude il percorso della mostra a Palazzo Cipolla, sede museale di Fondazione Roma, organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro: Guerra, capitalismo & libertà è stata inaugurata lo scorso 24 maggio e sarà visitabile fino al prossimo 4 settembre.

mostra-banksy-roma.jpgLa mostra si conclude con le stesse parole dell’artista, tratte dal suo libro Wall and Piece, eppure Banksy non c’è, non è coinvolto in alcun modo. Le quasi 150 opere (è la prima volta che così tante opere vengono esposte in un museo) tra stampe, sculture e stencil, incluse 50 copertine di dischi, provengono tutte rigorosamente da collezioni private e, dunque, assolutamente non sottratte alla strada.

Il grande assente, Banksy, è un personaggio misterioso, ormai entrato nella leggenda: classe 1974, nasce a Bristol da una famiglia della middle class e sin da subito comincia a avvicinarsi al mondo della street-art, seguendo quelle orme che i murale di Keith Haring e l’ancestrale spontaneità di Basquiat avevano lasciato.

La mostra è organizzata in diverse sezioni: dal grande salone del Capitalismo con al centro un bel bancone di caramelle (purtroppo finte), si può scegliere se dirigersi verso la sala della Guerra o quella della Libertà, tra le due, una sala dedicata aiTopi (innamorati con tanto di pennello e cuore dipinto, con occhiali da star, militarizzati e muniti di radar, pacifisti oppure imprigionati dentro una ampolla da laboratorio) e una dedicata alle ScimmieRidete adesso che un giorno saremo noi a comandare»).

Spiega Stefano Antonelli, curatore della mostra insieme a Francesca Mezzano e all’inglese Acoris Andipa:

Quando si parla di Banksy emerge l’ossessione sulla sua identità. Ci sembra distonico che una persona goda dello status di celebrità e allo stesso tempo resti nell’anonimato. Chi è Banksy? Sarà un supermilionario, vivrà nella povertà? Nessuno può rispondere a queste domande, ma allo stesso tempo l’anonimato accresce la curiosità. E lascia che siano solo le sue opere a parlare.

La mostra è il culmine del sostegno dato da Emmanuele F.M. Emanuele, presidente di Fondazione Roma, alla street-art dopo essersi impegnato con l’esperienza di Big City Life a Roma, il progetto di arte pubblica partecipata che ha valorizzato il recupero del quartiere popolare di Tor Marancia:

Banksy mi ha colpito perché nessuno quanto lui è finora riuscito a portare all’attenzione di un pubblico così ampio ed eterogeneo temi come il condizionamento e il controllo sociale, l’orrore delle guerre, le drammatiche contraddizioni del capitalismo, le insidie e le trappole connaturate al concetto di libertà. L’arte, e Banksy lo dimostra, deve essere fruibile da tutti e deve interagire col mondo.

È logico che per fare in modo che l’arte sia fruita da tutti questa debba essere gratuita, eppure per accedere alla mostra (sebbene sia stata organizzata da una no-profit) si paga comunque un biglietto. C’è da domandarsi se un’opera d’arte, una volta musealizzata, conservi ancora lo stesso valore rispetto al contesto per cui è natabanksy-napalm-print.jpg, c’è da chiedersi in che modo un curatore può andare al passo con i tempi, spingendosi al di là delle convenzioni. Ad ogni modo, ho precedentemente citato la frase finale del percorso espositivo, ma, ancora più efficace è l’opera con cui la mostra inizia: «I can’t believe you, morons, actually buy this shit»recita una tela vuota appen
a venduta a una cifra astronomica in una casa d’asta.

Demistificatore
della falsa coscienza, geniale massmediologo, dispensatore di caustica ironia: Banksy è questo e molto altro.
Il  suo moderno simbolismo è di così facile interpretazione (e lo è perché siamo totalmente immersi in quel sistema contro cui Banksy si scaglia, da Topolino, al Mcdonald’s) che ogni descrizione sarebbe superflua: una epoché, un punto di non ritorno; perfino il massacro di piazza Tienanmen o la bambina vietnamita ustionata fotografata da Nick Út sono immagini così inflazionate da lasciarci indifferenti, ormai ne siamo assuefatti. In questa nuova storia del genere umano, tutto cominciò dal momento in cui l’uomo primitivo si mise a correre diap62478371905162611_big.jpgetro un carrello (opera esposta al British con il nome di Banksymus Maximus) e così, tra elefanti damascati,

Kate Moss “pop”, finte sterline, bambole ammanettate e cabine telefoniche trucidate, si è arrivati, tra tanti luoghi comuni, fino a oggi.

Chissà se vedrai mai, caro Banksy, la mostra, chissà se ti piacerà, noi ti aspettiamo: il Bel Paese offre pizza, sp
aghetti e mandolino!

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/05/30/banksy-in-mostra-a-roma-ma-shh-non-diteglielo/