Vivian Maier, una fotografa ritrovata in mostra nel cuore di Roma

Èvivienmeier6-504x505 il 28 settembre 1959, sulla East 108th strada di New York delle donne stanno passeggiando spensierate, mentre dei bambini giocano sotto lo sguardo vigile di un anziano, quando una curiosa passante si ferma e, con la sua Rolleiflex, immortala il momento: è Vivian Maier. È una scena quotidiana di una normalissima tiepida giornata autunnale ad attirare l’attenzione di Vivian, tata di mestiere e fotografa per vocazione, ignota fino al 2007 e ora celebrata in un’attesissima retrospettiva nel cuore di Roma, nel Museo di Roma in Trastevere, curata da Anne Morin e Alessandra Mauro e visitabile fino al 18 giugno.

Gli stretti e tortuosi vicoli di Trastevere, la mattina presto attraversati da un inebriante profumo di cornetti appena sfornati ed edera appena innaffiata, sarebbero stati la cornice ideale – mutatis mutandis – per gli scatti di Vivien, da sempre interessata a cogliere la relazione che intercorre tra gli individui e l’ambiente in cui vivono, attraverso immagini vivaci e di ampio respiro. La vita frenetica della Metropoli in continua espansione, infatti, colpisce la sua curiosità proprio in virtù della sua incessante mutevolezza e i suoi scatti, pur riguardando scene quotidiane senza eroi né storia, mantengono la freschezza e l’ingenuità di una donna che timidamente si affaccia alla fotografia come alla vita. Nata a New York nel 1926 da padre di origine austriaca e madre di origine francese, visse tra la Grande Mela e Chicago senza fare mai della fotografia una forma di guadagno:

Vivian Maier, scrive Geoff Dyer, è un caso estremo di riscoperta postuma: ciò che visse coincise esattamente con ciò che vide. Non solo era sconosciuta in ambito fotografico, ma sembra addirittura che nessuno l’abbia mai vista scattare fotografie. Può sembrare triste e forse anche crudele – una conseguenza del fatto che non si sposò, non ebbe figli e apparentemente nessun amico – ma la sua vicenda rivela anche molto su quanto sia grande il potenziale nascosto di tanti esseri umani.

vivienmeier5-738x505Quando dieci anni fa John Maloof, agente immobiliare di Chicago, acquistò in un’asta il contenuto di un ripostiglio abbandonato (allora la Maier versava in difficili condizioni economiche), nessuno avrebbe immaginato la portata della scoperta. Una volta sviluppati i numerosissimi negativi (sempre tenuti nascosti), Maloof, si rese conto del loro immenso valore e si mise sulle tracce, in una nuova veste di archeologo metropolitano, dell’autrice, che tuttavia morirà solo due anni dopo per una caduta. Grazie a Maloof si arriva, quindi, alla scoperta e, successivamente, al riconoscimento mondiale di una grande fotografa, capace di raccontare con ironia, sensibilità e dinamismo le mille sfaccettature della vita urbana americana, interpretando con occhi nuovi, da grande lettrice e appassionata di cinema quale era, la lezione imprescindibile di Lisette Model, Diane Arbus, Elliott Erwitt e molti altri. Merito della mostra romana è anche quello di valorizzare la sua produzione a colori, realizzata a partire dal 1973, dopo oltre vent’anni di preferenza per il bianco e nero, in cui le scene di strada lasciano il posto a immagini meno narrative e più costruite su un piano formale, come si vede nell’ironico e vivace «incontro surrealista dei tre passanti in giallo».

03-1954_MGzoom.jpgMa sono soprattutto i suoi numerosi autoscatti (in mostra sono ben 18!) , su specchi, vetrine e qualsiasi superficie riflettente, a colpire la fantasia dello osservatore, desideroso di conoscere qualcosa in più su di lei e sulla sua personalità. Con sguardo a tratti melanconico e meditativo, a tratti incuriosito o annoiato, Vivien amava comparire nelle sue foto, come una comparsa che fa capolino sulla scena senza far rumore, senza interrompere lo spettacolo. Ed ecco che l’autoscatto diventa per la timida e austera Vivien una modalità di partecipazione autentica agli eventi del mondo, un essere-nel-mondo.

Elena Li Causi 

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/04/vivian-maier-mostra-nel-cuore-di-roma/

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La rivoluzione sta arrivando: quei ragazzi del Piccolo America

Lo scorso 1 giugno l’Associazione Piccolo America di Roma ha inaugurato nel cuore di Roma il festival Trastevere Rione del Cinema. A Piazza san Cosimato sono tantissimi gli spettatori, tantissimi i giovani, si respira allegria, c’è posto per tutti. Venerdì 10 arriva un ospite d’eccezione: Roberto Benigni, invitato per presentare versi
one restaurata di Non ci resta che piangere: «Non c’è altro posto dove sarei voluto essere stasera che non fosse questo» diceE nonostante le polemiche che spopolavano sui social a proposito dei suoi commenti sul referendum costituzionale, Benigni è stato accolto calorosamente dal pubblico romano con tanti applausi. 001902911-f86fa51c-ed6c-486f-b272-31dd9b788010.jpg

Vorrei fare un balletto per la felicità, questi ventidue ragazzi hanno fatto una rivoluzione bellissima e l’hanno fatta tutti insieme. Anzi, sono ventitré perché io sono uno di loro: siamo i ventitré ragazzi del cinema America. Quello che hanno fatto sarebbe un soggetto bellissimo per un film, una cosa meravigliosa per il cinema che è spesso così vilipeso. Questi ragazzi hanno fatto qualcosa di straordinario, stanno rammendando il quartiere, con le loro azioni stanno facendo una rivoluzione del cuore, della cultura.

E poi, rivolgendosi indirettamente al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e al ministro della Cultura Dario Franceschini, entrambi presenti alla serata: «Spero che le istituzioni vi continueranno a supportare, i ragazzi del cinema America stanno cercando di riaprire le porte del sogno, perché solo quelle ci rimangono».

La presenza del celeberrimo attore si colloca all’interno di  un festival che dal 1 giugno fino al 1 luglio presenterà, proprio nella piazza romana di San Cosimato, 60 notti di cinema gratis sotto le stelle di Roma. Dopo Virzì, Stefania Sandrelli, Roberto Benigni saranno presenti nelle serate successive Dario Argento (17 giugno), Özpetek (24 giugno), Ascanio Celestini e Luca Bigazzi (16 giugno) e molti altri. Un’occasione imperdibile, non solo perammirare in una magnifica atmosfera sotto le stelle i film che hanno fatto la storia (da Mario Monicelli a Walt Disney), ma per ascoltare dal vivo grandi artisti e maestri per le generazioni future.

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Non ci resta che piangere
 è stato scelto dallo stesso Benigni per festeggiare la prossima riapertura, a opera dei ragazzi del Piccolo America, della sala intitolata proprio a Massimo Troisi, coprotagonista del film e ricordato nostalgicamente dall’attore toscano:

Quando ci siamo incontrati eravamo molto giovani, come i ragazzi del Piccolo America, non avevamo neanche trent’anni e abbiamo deciso di condividere questa felicità in un film, che mi piacerebbe rivedere stasera, perché da allora non l’ho più rivisto. Avremmo anche voluto fare il seguito, infatti avevamo lasciato il finale aperto, proprio con l’intenzione di farne altri.

Dopo il suo discorso Benigni va via, inizia il film, silenzio assoluto. Le sue parole riecheggiano nell’aria, si imprimono nelle coscienze. Proprio come Artspecialday, i Ragazzi del Piccolo America hanno un progetto, ne stanno costruendo le basi: educare alla bellezza. La bellezza dell’incontro tra amici in calde sere estive, la bellezza delle stelle che fanno capolino dall’altro, dei film storici, della Città e del suo caratteristico quartiere trans-tiberino. Ma lungi dal considerare la bellezza come mera contemplazione, i Ragazzi del Piccolo America vogliono infondere speranza, intendendo la stessa bellezza come missione civile, missione in cui ciascuno di noi gioca un ruolo importante. La rivoluzione sta arrivando. «Una rivoluzione del cuore e della cultura».

 Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

Link diretto: http://www.artspecialday.com/9art/2016/06/17/la-rivoluzione-sta-arrivando-quei-ragazzi-del-piccolo-america/